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La diffrazione : il prezzo della profondità di campo.

La diffrazione

Il limite fisico che nessun obiettivo può superare, ovvero, il prezzo della profondità di campo

Fra i molti termini che ricorrono nelle discussioni fotografiche, pochi sono tanto citati quanto la diffrazione e, allo stesso tempo, tanto poco compresi.

Si legge frequentemente che "a f/16 la diffrazione rovina le immagini", oppure che "i sensori ad alta risoluzione soffrono maggiormente la diffrazione". C'è chi evita sistematicamente i diaframmi più chiusi e chi, al contrario, ritiene che il problema sia soltanto teorico.

Come spesso accade, entrambe le posizioni contengono una parte di verità e una parte di semplificazione.

Lo scopo di questo articolo non sarà quindi stabilire quale sia il "diaframma giusto" né proporre classifiche o ricette valide per ogni situazione. Sarebbe un approccio poco utile, perché la diffrazione non è un difetto dell'obiettivo, né una debolezza del sensore, ma una conseguenza inevitabile della natura stessa della luce.

Ed è proprio questa la prima osservazione che merita di essere fatta.

Quando parliamo di aberrazione cromatica, di distorsione geometrica o di coma, ci riferiamo a limiti del progetto ottico. Con un obiettivo migliore, almeno in linea di principio, possiamo ridurli sensibilmente.

La diffrazione appartiene invece a una categoria completamente diversa.

Essa non nasce perché l'obiettivo è stato progettato male.

Nasce perché nessun sistema ottico può sottrarsi alle leggi della fisica.

Questa distinzione è fondamentale, perché cambia completamente il modo in cui dobbiamo affrontare l'argomento.

Non stiamo cercando un difetto da eliminare.

Stiamo cercando di comprendere un limite naturale con il quale ogni fotografo, consapevolmente o meno, convive ogni volta che ruota la ghiera dei diaframmi.

Ed è curioso osservare come questa realtà entri in apparente contraddizione con uno degli insegnamenti più antichi della fotografia.

Per generazioni abbiamo imparato che chiudere il diaframma migliora la qualità dell'immagine.

L'affermazione, nel suo complesso, è corretta.

Riducendo l'apertura vengono progressivamente attenuate molte delle aberrazioni ottiche che rendono più difficile il lavoro del progettista. Il contrasto aumenta, la nitidezza cresce, la profondità di campo si estende.

Per un certo intervallo di diaframmi tutto questo è vero.

Poi, però, accade qualcosa di inatteso.

Continuando a chiudere il diaframma, l'obiettivo non migliora più.

Comincia lentamente a peggiorare.

Non perché le lenti abbiano improvvisamente smesso di funzionare, ma perché entra in gioco un fenomeno completamente diverso, indipendente dalla qualità dell'obiettivo e persino dalla sua epoca di progettazione.

È il momento in cui la luce stessa diventa il fattore limitante.

Può sembrare un'affermazione sorprendente.

Siamo abituati a considerare la luce come il mezzo attraverso il quale la fotografia prende forma. In questo caso, invece, è proprio la natura ondulatoria della luce a porre un limite invalicabile alla capacità di qualsiasi sistema ottico di riprodurre dettagli sempre più piccoli.

Per comprendere il perché non sarà necessario ricorrere a formule matematiche o alla teoria delle onde elettromagnetiche.

Ci basterà osservare un fenomeno che, in forme diverse, tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita.

È da lì che inizieremo il nostro percorso.

Capitoli :

  1. Perché un obiettivo migliora... fino a un certo punto

  2. La luce non viaggia soltanto in linea retta

  3. Il diaframma: amico e nemico

  4. La diffrazione e il sensore

  5. Quando dobbiamo davvero preoccuparci?

  6. Il compromesso intelligente

  7. Cinque idee da ricordare

ChatGPT Image 27 lug 2026, 06_29_59.png

Capitolo II - La luce non viaggia soltanto in linea retta

Per gran parte della storia della fotografia è stato sufficiente immaginare la luce come un insieme di raggi che attraversano un sistema di lenti seguendo traiettorie perfettamente determinate. È un modello semplice, estremamente efficace e, nella maggior parte delle situazioni, anche straordinariamente accurato. Gli schemi ottici che troviamo nei brevetti Nikon, Zeiss o Leica, con i loro raggi colorati che convergono ordinatamente sul piano focale, derivano proprio da questa rappresentazione geometrica della luce.

Se così non fosse, del resto, sarebbe impossibile progettare un obiettivo.

Eppure quella descrizione, pur corretta, non è completa.

La luce non è soltanto un insieme di raggi. È anche un'onda elettromagnetica e, come tutte le onde, manifesta comportamenti che la semplice geometria non è in grado di descrivere. Per la maggior parte del tempo questa doppia natura rimane invisibile al fotografo. L'obiettivo funziona esattamente come ci aspettiamo: raccoglie la luce, la devia e la concentra sul sensore formando un'immagine nitida.

Le cose cambiano quando chiediamo alla luce di attraversare un'apertura sempre più piccola.

Il diaframma, osservato da vicino, non è altro che un foro delimitato da sottili lamelle metalliche. Finché la sua apertura rimane relativamente ampia, il fascio luminoso attraversa il sistema senza che il comportamento ondulatorio produca effetti apprezzabili. Riducendo progressivamente il diametro, però, la situazione cambia. La presenza stessa dei bordi del diaframma modifica il modo in cui l'energia luminosa si distribuisce oltre l'apertura. Non tutta la luce continua a propagarsi secondo le traiettorie che l'ottica geometrica ci farebbe immaginare.

È questo fenomeno che chiamiamo diffrazione.

La parola, nella sua origine latina, significa semplicemente "spezzare", "disperdere". Non indica un difetto dell'obiettivo, né un'imprecisione costruttiva. Indica il comportamento naturale della luce quando incontra un'apertura sufficientemente piccola. In altre parole, anche l'obiettivo perfetto, costruito con materiali perfetti e corretto da qualsiasi aberrazione immaginabile, continuerebbe a essere soggetto alla diffrazione.

È una constatazione che merita di essere sottolineata, perché distingue profondamente questo fenomeno da tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere parlando di qualità ottica. L'aberrazione cromatica può essere ridotta con vetri a bassa dispersione. Il coma può essere corretto modificando lo schema ottico. La distorsione può essere contenuta con opportune scelte progettuali o, oggi, persino compensata elettronicamente. La diffrazione, invece, appartiene a un ordine diverso di fenomeni. Non è un limite dell'ingegnere. È un limite imposto dalla fisica.

La sua conseguenza più immediata è che un punto luminoso non può mai essere riprodotto come un punto matematico. Ogni punto viene inevitabilmente trasformato in una piccola figura luminosa, la cui dimensione dipende anche dall'apertura del diaframma. Più il diaframma viene chiuso, più questa figura tende ad allargarsi. I dettagli più fini, quelli che differiscono per pochi micrometri sul sensore, iniziano allora a perdere contrasto gli uni rispetto agli altri. Non scompaiono improvvisamente; diventano, poco alla volta, meno distinguibili.

È importante osservare come questo processo non presenti una soglia netta. La diffrazione non "compare" a f/11 o a f/16. Esiste sempre. Semplicemente, ai diaframmi più aperti i suoi effetti sono così piccoli da essere completamente mascherati dalle altre caratteristiche dell'obiettivo. Soltanto quando l'apertura si riduce oltre un certo punto il fenomeno diventa sufficientemente intenso da rappresentare il fattore limitante dell'intero sistema ottico.

Ed è proprio qui che il fotografo incontra uno dei paradossi più affascinanti della tecnica fotografica. Lo stesso gesto con cui cerca di aumentare la profondità di campo, ridurre le aberrazioni e ottenere un'immagine più uniforme introduce, inevitabilmente, un nuovo limite. Non perché abbia commesso un errore, ma perché ogni scelta ottica comporta sempre un equilibrio tra vantaggi e rinunce.

ChatGPT Image 28 lug 2026, 06_47_04.png

Capitolo III - Il diaframma: amico e nemico

La storia della fotografia ha sempre attribuito al diaframma un ruolo quasi esclusivamente legato all'esposizione. Per molti fotografi è ancora oggi il comando che permette di regolare la quantità di luce che raggiunge il sensore, lasciando ai tempi il compito di congelare il movimento e agli ISO quello di adattarsi alle condizioni di ripresa.

È una visione corretta, ma decisamente incompleta.

In realtà, ogni volta che ruotiamo la ghiera dei diaframmi stiamo modificando contemporaneamente alcuni dei parametri fondamentali sui quali si costruisce un'immagine. Cambia la profondità di campo, cambia il modo in cui l'obiettivo utilizza le proprie lenti, cambia l'entità delle aberrazioni residue e, inevitabilmente, cambia anche il peso che la diffrazione esercita sulla formazione dell'immagine.

È probabilmente il comando più "ottico" presente su una fotocamera.

Questa osservazione aiuta a comprendere perché, nel corso dei decenni, sia nata l'idea che esista sempre un diaframma migliore degli altri. Chiunque abbia letto una prova di un obiettivo si sarà imbattuto, prima o poi, in frasi del tipo "raggiunge il massimo della nitidezza a f/5.6" oppure "offre il meglio fra f/4 e f/8".

Sono affermazioni sostanzialmente corrette, ma rischiano di essere interpretate come se esistesse un valore assoluto valido per ogni situazione.

In realtà ciò che osserviamo è semplicemente il punto in cui diversi fenomeni fisici raggiungono il loro miglior equilibrio.

A tutta apertura l'obiettivo lavora nella condizione più impegnativa. Ogni lente viene utilizzata fino alla sua periferia e proprio nelle zone più esterne risulta più difficile controllare perfettamente tutte le aberrazioni. È qui che il progettista mette realmente alla prova il proprio talento, scegliendo geometrie, vetri speciali e trattamenti superficiali capaci di mantenere elevate le prestazioni anche nelle condizioni più severe.

Riducendo progressivamente l'apertura del diaframma, la situazione cambia quasi naturalmente. Le porzioni più periferiche delle lenti smettono di contribuire alla formazione dell'immagine e il sistema ottico continua a lavorare prevalentemente attraverso la sua parte centrale, generalmente quella meglio corretta. Le aberrazioni diminuiscono, il contrasto aumenta e la nitidezza cresce. È il comportamento che tutti abbiamo imparato a conoscere fotografando.

Potrebbe sembrare, a questo punto, che basti continuare a chiudere il diaframma per ottenere immagini sempre migliori.

È esattamente qui che interviene la diffrazione.

Mentre le aberrazioni ottiche continuano lentamente a diminuire, la natura ondulatoria della luce comincia infatti a presentare il conto. All'inizio quasi impercettibilmente, poi con effetti sempre più evidenti, il disco di Airy aumenta di dimensione e la capacità del sistema di separare i dettagli più fini inizia lentamente a ridursi.

Per un breve intervallo questi due fenomeni convivono in perfetto equilibrio. Le aberrazioni sono ormai quasi completamente sotto controllo e la diffrazione non è ancora sufficientemente intensa da rappresentare il principale limite del sistema. È quel tratto di funzionamento che, con un'espressione ormai entrata nell'uso comune, chiamiamo sweet spot.

Ma sarebbe un errore immaginarlo come un punto preciso della scala dei diaframmi.

Ogni obiettivo possiede una propria personalità. Uno schema molto corretto già a tutta apertura raggiungerà il suo equilibrio prima di un progetto più tradizionale. Un macro progettato per lavorare a distanze ravvicinate seguirà logiche differenti rispetto a un supertele destinato alla fotografia sportiva. Un grandangolare luminoso e un normale da ritratto non avranno necessariamente lo stesso comportamento.

È uno dei motivi per cui conoscere un obiettivo richiede tempo.

Le schede tecniche possono raccontarci molto del progetto. I grafici MTF ci aiutano a comprenderne le prestazioni teoriche. Ma il momento in cui ciascun obiettivo raggiunge il proprio equilibrio tra aberrazioni, profondità di campo e diffrazione è qualcosa che il fotografo scopre soltanto fotografando.

Ed è forse questa la riflessione più importante dell'intero capitolo.

Il diaframma non è uno strumento che serve a rendere un obiettivo più nitido.

È lo strumento attraverso il quale il fotografo decide quale compromesso ottico sia disposto ad accettare per realizzare la fotografia che ha in mente.

Per questo motivo non esiste il diaframma migliore.

Esiste soltanto il diaframma più adatto a quella fotografia.

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Capitolo IV - La diffrazione e il sensore

Finora abbiamo parlato della diffrazione come se appartenesse esclusivamente all'obiettivo. In effetti è così. Il fenomeno nasce nel momento in cui la luce attraversa il diaframma e accompagna il suo percorso fino al piano focale, indipendentemente da ciò che troverà alla fine del cammino.

Che dietro l'obiettivo vi sia un sensore da venti, quarantacinque o sessanta megapixel non modifica minimamente il comportamento della luce.

La diffrazione è già presente.

Il sensore si limita a registrarla.

Questa distinzione, apparentemente sottile, è invece fondamentale.

Negli ultimi anni, con la diffusione di sensori sempre più densi di pixel, si è affermata l'idea che le fotocamere ad alta risoluzione "soffrano maggiormente" la diffrazione. È un'affermazione che contiene un fondo di verità, ma che, formulata in questo modo, rischia di attribuire al sensore una responsabilità che non possiede.

La luce non cambia comportamento perché aumentano i megapixel.

È il sensore che cambia la propria capacità di descrivere ciò che l'obiettivo sta realmente producendo.

Per comprendere questo concetto può essere utile immaginare due osservatori davanti allo stesso dipinto. Il primo lo guarda da qualche metro di distanza; il secondo si avvicina fino quasi a sfiorarne la superficie. Il quadro non è cambiato. Sono cambiati il livello di dettaglio osservato e la quantità di particolari che ciascuno dei due riesce a distinguere.

Con il sensore accade qualcosa di molto simile.

Un sensore con pixel più piccoli campiona l'immagine con una precisione maggiore. È quindi in grado di registrare particolari sempre più fini, ma, proprio per questo motivo, diventa anche capace di evidenziare con maggiore chiarezza i limiti del sistema ottico che li ha generati.

Non è una penalizzazione.

È, semmai, una maggiore sincerità.

Lo stesso fenomeno si osserva da molti anni nel mondo della microscopia e dell'astronomia. Aumentare il potere di osservazione non modifica l'oggetto osservato; permette semplicemente di descriverlo con maggiore accuratezza.

Per questa ragione sarebbe improprio affermare che una Nikon Z9 "diffrange prima" di una D6.

Entrambe ricevono esattamente la stessa immagine prodotta dallo stesso obiettivo, allo stesso diaframma.

La differenza è che la Z9 possiede gli strumenti per descrivere con maggiore precisione anche i dettagli più piccoli, compresi quelli che la diffrazione ha già iniziato lentamente a degradare.

Questo non significa che una fotocamera ad alta risoluzione produca immagini peggiori.

Anzi, accade spesso il contrario.

Riducendo un file ad alta risoluzione alle dimensioni di uno meno denso, parte di quelle differenze tende naturalmente a ridimensionarsi. Nel frattempo, però, il sensore ad alta risoluzione avrà continuato a registrare una quantità di informazione superiore in tutte le situazioni in cui la diffrazione non rappresenta ancora il fattore dominante.

È un ragionamento che merita di essere tenuto presente anche quando si leggono le prove comparative pubblicate sul web.

I crop al 100% sono strumenti preziosi per mettere in evidenza differenze molto piccole, ma non coincidono necessariamente con il modo in cui una fotografia verrà osservata, stampata o utilizzata. Un particolare che appare evidente ingrandendo ogni pixel sul monitor può diventare del tutto trascurabile in una stampa di grandi dimensioni osservata alla normale distanza di lettura.

La diffrazione, dunque, non aumenta con la risoluzione del sensore.

Aumenta la nostra capacità di accorgercene.

Ed è una differenza sostanziale, perché sposta il problema dal sensore alla fisica della luce, cioè esattamente dove è sempre stato.

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Capitolo V - Quando dobbiamo davvero preoccuparci?

A questo punto il lettore potrebbe essere tentato di trarre una conclusione tanto logica quanto fuorviante.

Se la diffrazione riduce progressivamente la capacità dell'obiettivo di riprodurre i dettagli più fini, allora sembrerebbe sufficiente evitare i diaframmi più chiusi.

Molte discussioni sul web finiscono esattamente qui.

Si costruiscono tabelle, si fissano soglie, si stabilisce che oltre un determinato valore il diaframma diventi improvvisamente "da evitare". La fotografia, però, raramente si lascia ridurre a una regola valida in ogni circostanza.

Il motivo è semplice.

La diffrazione è soltanto uno dei molti elementi che concorrono a determinare la qualità di un'immagine.

Non è necessariamente quello più importante.

Immaginiamo un paesaggio ripreso con un grandangolare. Il primo piano si trova a meno di un metro dall'obiettivo, mentre le montagne occupano l'orizzonte. Il fotografo desidera che ogni elemento della scena contribuisca alla costruzione dell'immagine con la stessa dignità, dal sasso in primo piano fino alle cime più lontane.

Può certamente lavorare a tutta apertura, ottenendo il massimo contrasto possibile dal proprio obiettivo.

Ma quella fotografia non sarà quella che aveva immaginato.

La profondità di campo diventerà insufficiente e una parte della scena perderà inevitabilmente definizione.

Scegliendo invece un diaframma più chiuso accetterà una lieve diminuzione del microcontrasto, ma otterrà un'immagine coerente con il proprio progetto fotografico.

Quale delle due fotografie sarà migliore?

La domanda, probabilmente, è mal posta.

La fotografia migliore non è quella che conserva il maggior numero di linee per millimetro su un banco ottico.

È quella che riesce a rappresentare con maggiore efficacia l'idea del fotografo.

Lo stesso ragionamento vale nel ritratto, anche se con conclusioni quasi opposte.

Qui, molto spesso, la ricerca non è quella della massima profondità di campo, ma della sua riduzione. L'attenzione deve concentrarsi sugli occhi, mentre il resto del volto e lo sfondo possono dissolversi progressivamente fuori fuoco. In queste condizioni la diffrazione diventa quasi irrilevante, semplicemente perché il fotografo sceglierà naturalmente diaframmi molto più aperti.

È interessante osservare come il medesimo fenomeno fisico assuma un'importanza completamente diversa a seconda del linguaggio fotografico adottato.

Il paesaggista, il ritrattista, il fotografo di architettura, chi pratica macrofotografia o fotografia di prodotto convivono con la diffrazione in modi profondamente differenti.

Non perché cambino le leggi della fisica.

Perché cambiano le esigenze dell'immagine.

Ed è probabilmente questo l'aspetto che più spesso sfugge quando si discutono questi argomenti.

La qualità ottica non è mai un valore assoluto.

È sempre una qualità riferita a uno scopo.

Un obiettivo che offre prestazioni eccezionali a tutta apertura rappresenta un risultato straordinario dell'ingegneria ottica. Ma ciò non significa che debba essere utilizzato sempre alla massima apertura. Allo stesso modo, scegliere un diaframma chiuso non significa ignorare la diffrazione; significa aver valutato che, in quella particolare fotografia, la profondità di campo costituisce un valore più importante della lieve perdita di microcontrasto che inevitabilmente l'accompagna.

È una decisione che nessun grafico, nessun test di laboratorio e nessuna tabella potranno mai prendere al posto del fotografo.

Per questo motivo diffido sempre delle regole assolute.

"Mai oltre f/11."

"Mai oltre f/16."

"Sempre nel punto di massima nitidezza."

Sono affermazioni apparentemente ragionevoli, ma prive del contesto che dà loro significato.

Ogni fotografia pone un problema diverso e, proprio per questo, richiede una soluzione diversa.

La tecnica serve a comprendere le conseguenze delle nostre scelte, non a sostituirsi ad esse.

In fondo è questa la differenza tra utilizzare una fotocamera e fotografare.

La prima consiste nell'applicare correttamente una serie di regole.

La seconda comincia nel momento in cui decidiamo, consapevolmente, quale regola valga la pena sacrificare per ottenere l'immagine che abbiamo in mente.

Perché la tecnica è uno strumento di libertà, non un insieme di divieti.

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Capitolo VI - Il compromesso intelligente

Esiste una domanda che, prima o poi, ogni fotografo finisce per porsi.

Qual è il diaframma giusto?

Dopo tutto quello che abbiamo visto, la risposta potrebbe sembrare deludente.

Il diaframma giusto non esiste.

Esiste soltanto il diaframma più adatto alla fotografia che vogliamo realizzare.

È una differenza sostanziale.

Per molti anni la fotografia è stata raccontata come la ricerca della massima qualità possibile. Obiettivi sempre più corretti, sensori sempre più risolventi, software sempre più sofisticati hanno alimentato l'idea che esista una sorta di perfezione tecnica verso la quale tendere.

Ma la fotografia non è un banco ottico.

Non è neppure un grafico MTF.

È il tentativo di rappresentare un soggetto nel modo più efficace possibile.

Talvolta questo significa privilegiare il dettaglio più fine. Altre volte significa rinunciarvi.

Pensiamo ancora al paesaggio.

Se la scena richiede che ogni elemento, dal primo piano fino all'orizzonte, contribuisca alla composizione, una lieve perdita di microcontrasto provocata dalla diffrazione può rappresentare un prezzo del tutto accettabile. La fotografia, nel suo insieme, sarà probabilmente migliore di quella ottenuta mantenendo il diaframma completamente aperto e sacrificando una parte della profondità di campo.

In un ritratto accade spesso l'opposto.

La ricerca è quella della separazione tra il soggetto e lo sfondo, della morbidezza dello sfocato, della naturalezza della transizione tra i piani. In queste condizioni la diffrazione cessa quasi di essere un problema, semplicemente perché il fotografo lavora spontaneamente con aperture molto più ampie.

Nella macrofotografia la situazione cambia ancora.

Le distanze di ripresa diventano così ridotte che la profondità di campo si misura spesso in pochi millimetri. Chiudere il diaframma diventa quasi inevitabile, pur sapendo che la diffrazione inizierà lentamente a manifestarsi. È una scelta consapevole, non un errore.

Ogni genere fotografico costruisce un proprio equilibrio.

Lo stesso vale per l'architettura, la fotografia di prodotto, il reportage, la fotografia naturalistica.

Le leggi della fisica non cambiano.

Cambiano gli obiettivi del fotografo.

È forse questo l'insegnamento più importante che la diffrazione può lasciare.

La tecnica non serve a stabilire ciò che è giusto o sbagliato.

Serve a comprendere le conseguenze delle nostre decisioni.

Conoscere la diffrazione non significa avere paura dei diaframmi chiusi.

Significa sapere che cosa stiamo ottenendo e che cosa, inevitabilmente, stiamo lasciando sul tavolo.

È un modo diverso di guardare la tecnica fotografica.

Non come un insieme di regole da applicare meccanicamente, ma come uno strumento per scegliere con maggiore consapevolezza.

Per questo motivo diffido sempre delle formule assolute.

"Mai oltre f/11."

"Sempre al diaframma di massima resa."

Sono consigli che possono avere un senso in casi particolari, ma perdono gran parte del loro valore quando vengono trasformati in principi generali.

Ogni fotografia nasce da un equilibrio diverso.

Ed è proprio nella ricerca di quell'equilibrio che, ancora oggi, continua a risiedere una parte importante del mestiere del fotografo.

Non esiste il diaframma migliore. Esiste soltanto il diaframma più adatto alla fotografia che vogliamo realizzare.

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Capitolo VII - Per non dimenticare

Se questo articolo avesse avuto l'ambizione di stabilire quale sia il diaframma migliore, probabilmente avrebbe potuto concludersi con una tabella. Sarebbe stato sufficiente elencare qualche valore, differenziandolo per formato del sensore e risoluzione, e il lettore avrebbe avuto l'impressione di possedere finalmente una risposta semplice.

Ma la fotografia, fortunatamente, è molto più complessa di così.

La diffrazione non è un incidente di percorso. Non è un difetto di progettazione. Non è neppure una caratteristica di alcuni obiettivi e non di altri. È una proprietà della luce stessa e, proprio per questo, accompagna ogni sistema ottico mai costruito e ogni sistema ottico che verrà costruito in futuro. Cambieranno i materiali, aumenterà la precisione della lavorazione meccanica, miglioreranno i trattamenti superficiali, crescerà ancora la risoluzione dei sensori, ma nessun progresso tecnologico potrà modificare le leggi fisiche che governano la propagazione della luce.

Comprendere la diffrazione significa allora cambiare punto di vista.

Non dobbiamo chiederci come eliminarla, perché non possiamo farlo. Dobbiamo invece imparare a riconoscere il momento in cui diventa il prezzo da pagare per ottenere qualcosa che, in quella fotografia, consideriamo più importante. A volte sarà la profondità di campo. Altre volte sarà la necessità di mantenere nitido un soggetto che occupa piani differenti. In altri casi ancora sarà semplicemente la scelta di lavorare con un certo obiettivo e con una certa distanza di ripresa.

La tecnica fotografica, quando viene studiata seriamente, conduce quasi sempre alla stessa conclusione. Non esistono strumenti perfetti e non esistono impostazioni perfette. Esistono strumenti più adatti a un determinato scopo e impostazioni coerenti con l'immagine che desideriamo realizzare. Tutto il resto appartiene al linguaggio della semplificazione, utile forse per memorizzare una regola, ma insufficiente per comprendere davvero un fenomeno.

Anche la diffrazione, in fondo, ci insegna questo.

Ci ricorda che ogni fotografia nasce da una serie di decisioni, spesso invisibili a chi la osserva. Il fotografo sceglie un'inquadratura invece di un'altra, una focale invece di un'altra, un momento invece di un altro. Sceglie il punto di messa a fuoco, il tempo di esposizione, la sensibilità ISO e, naturalmente, il diaframma. Nessuna di queste decisioni è indipendente dalle altre. Ognuna modifica il significato delle precedenti e condiziona quelle successive. È proprio questa rete di relazioni a rendere la fotografia un linguaggio e non una semplice procedura tecnica.

Per questo motivo diffido delle regole assolute. Le regole sono indispensabili per imparare. Diventano però un limite quando pretendono di sostituirsi al giudizio del fotografo. Conoscere la diffrazione non dovrebbe renderci timorosi nell'utilizzare un certo diaframma; dovrebbe renderci più liberi di sceglierlo, sapendo esattamente quali vantaggi ci offre e quale prezzo ci chiede in cambio.

Forse è questa la lezione più importante che possiamo ricavare da un fenomeno apparentemente così tecnico.

La qualità di una fotografia non nasce dall'assenza di compromessi.

Nasce dalla capacità del fotografo di scegliere, ogni volta, il compromesso giusto.

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Oltre il compromesso - Il focus stacking

Per oltre un secolo la fotografia ha convissuto con un equilibrio che sembrava immutabile.

Ogni volta che il fotografo desiderava aumentare la profondità di campo era costretto a chiudere progressivamente il diaframma, accettando come inevitabile conseguenza l'aumento della diffrazione. Era un compromesso che apparteneva alla natura stessa della fotografia e che nessuna qualità costruttiva dell'obiettivo avrebbe mai potuto eliminare.

Abbiamo visto come questo non rappresenti un difetto, ma una semplice conseguenza delle leggi che governano il comportamento della luce. Proprio perché si tratta di un limite fisico, nessun progettista ottico è in grado di aggirarlo.

Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa è cambiato.

Non la fisica.

Il modo di costruire l'immagine.

Il focus stacking nasce proprio da questa idea. Invece di chiedere a una singola fotografia di essere perfettamente nitida dal primo piano fino allo sfondo, il fotografo realizza una sequenza di immagini mantenendo il diaframma in una zona di elevata qualità ottica, ad esempio f/5.6 oppure f/8, e spostando progressivamente il piano di messa a fuoco.

Ogni fotografia descrive con la massima precisione soltanto una parte della scena.

Sarà il software, successivamente, a riunire tutte quelle porzioni nitide in un'unica immagine finale.

È importante comprendere che il focus stacking non elimina la diffrazione.

Semplicemente evita di dover ricorrere a diaframmi tanto chiusi da renderla il principale fattore limitante.

La distinzione può sembrare sottile, ma è sostanziale.

La fisica rimane esattamente la stessa.

È cambiata la strategia con cui il fotografo sceglie di confrontarsi con essa.

Questa osservazione aiuta anche a comprendere perché il focus stacking non rappresenti la soluzione universale a ogni problema di profondità di campo.

Richiede un soggetto perfettamente immobile, una fotocamera stabile, una sequenza di esposizioni coerenti e un successivo lavoro di elaborazione. È una tecnica straordinariamente efficace nella fotografia di paesaggio, nella macrofotografia e nella fotografia di prodotto, molto meno quando la scena contiene elementi in movimento, persone o condizioni di luce che cambiano rapidamente.

Anche in questo caso, dunque, non esiste una risposta valida per ogni situazione.

Esiste uno strumento in più.

Ed è forse proprio questa la riflessione che merita di accompagnare la conclusione di questo articolo.

Per oltre centocinquant'anni il fotografo ha imparato a convivere con il compromesso imposto dalla profondità di campo. Oggi, in alcune circostanze, la fotografia computazionale gli permette di superarlo. Non modificando le leggi della fisica, ma cambiando il modo stesso in cui nasce una fotografia.

È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico.

Per molto tempo abbiamo pensato alla fotografia come al risultato di un singolo istante.

Il focus stacking ci ricorda che, talvolta, un'immagine può essere il risultato di molti istanti perfettamente coerenti fra loro.

La fotografia rimane la stessa.

Sono cambiati gli strumenti con cui scegliamo di costruirla.

Per non dimenticare

La diffrazione non è un problema da sconfiggere.
È un limite da comprendere.
Quando la fotografia lo richiede possiamo accettarlo.
Quando la tecnica ce lo consente possiamo aggirarlo.
In entrambi i casi, non stiamo violando le leggi dell'ottica.
Stiamo semplicemente scegliendo, con maggiore consapevolezza, come costruire la nostra immagine.

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Recommended Comments

  • Administrator

NIkon20th.jpg

a disposizione, per quanto in grado, per eventuali domande ed approfondimenti.
E anche per richieste di ulteriori articoli su questo tono che arricchiscano il sito.
Anche grazie ai vostri graditissimi commenti.

Nocram

Nikonlander
(edited)
  • Nikonlander

L’articolo è talmente esaustivo che non si sa cosa commentare, ma, ugualmente, a me farebbe piacere che i produttori indicassero a titolo informativo lo sweet spot nelle confezioni delle loro ottiche. Non come parametro “fotografico” ma proprio tecnico. Li costringerei a darlo questo riferimento, come una sorta di dichiarazione d’intento ecco. Mi sembra anzi strano che non lo si faccia.

Invece, a corollario del focus stacking, solo recentemente ho scoperto questo articolo. Ignoravo totalmente la questione.

https://www.zerenesystems.com/cms/stacker/docs/troubleshooting/ringversusrail

Però magari è argomento per un’altra discussione.

Edited by Nocram

  • Administrator
5 minuti fa, Nocram ha scritto:

[...]Invece, a corollario del focus stacking, solo recentemente ho scoperto questo articolo. Ignoravo totalmente la questione.

https://www.zerenesystems.com/cms/stacker/docs/troubleshooting/ringversusrail

grazie.
Noi nel nostro piccolo lo abbiamo scritto un sacco di volte che è di gran lunga meglio usare il focus stacking ... focheggiando, anziché usando cremagliere e slitte come nel secolo scorso.
Salvo che non si tratti di "microscopia" tipo ingrandimenti 10:1 di oggetti estremamente piccoli dove la "prospettiva" non gioca un ruolo fondamentale nello stacking, tanto da creare immagini differenti.
Approfondiremo l'argomento (forse) il mese prossimo.
Ci interessa che si diffonda a macchia d'olio anche presso i cervelli più refrattari.

GiulianoM

Nikonlander
  • Nikonlander

Veramente un bellissimo articolo. Dovrò rileggerlo più di una volta per apprezzare tutte le spiegazioni nei minimi particolari.
Complimenti ... 🔝🔝🔝

Giuseppe Paglia

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Se Denzel Washington ti avesse chiesto mi spieghi la diffrazione come se fossi un bambino di quattro anni il tuo redazionale sarebbe stato perfetto ... Che dire altro?

Lucky

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano
27 minuti fa, Giuseppe Paglia ha scritto:

Se Denzel Washington ti avesse chiesto mi spieghi la diffrazione come se fossi un bambino di quattro anni... Che dire altro?

Philadelphia !! 😁

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