Non una formula per avere tutto nitido, ma un modo per fotografare più liberamente, rapidamente e consapevolmente
Preparare la fotografia prima che accada
Immaginate di attraversare una piazza con un 24 o un 28mm montato sulla fotocamera. Davanti a voi le persone entrano ed escono dalla scena, si incrociano, si fermano, cambiano direzione. Il gesto interessante dura un secondo e spesso scompare proprio mentre noi stiamo ancora sollevando la macchina, spostando il punto di messa a fuoco e aspettando che l’automatismo decida quale volto, insegna o bicicletta considerare importante. Eppure avremmo potuto predisporre tutto prima: diaframma, tempo, sensibilità e distanza di messa a fuoco. Al momento giusto sarebbe rimasto soltanto da guardare e scattare.
Questa è una delle possibilità offerte dall’iperfocale. Non un esercizio di ottica, non una formula da mandare a memoria e nemmeno un antico espediente sopravvissuto dai tempi in cui gli obiettivi avevano lunghe scale graduate incise sul barilotto. È un modo per liberare la fotografia da una decisione che, in determinate situazioni, possiamo prendere in anticipo.
La definizione è semplice: la distanza iperfocale è la distanza di messa a fuoco più vicina che consente di mantenere l’infinito entro la zona considerata accettabilmente nitida. Mettendo a fuoco a quella distanza, la profondità di campo si estende, approssimativamente, dalla metà della distanza stessa fino all’infinito. Con un 24mm a f/8 su formato 24×36, applicando il criterio tradizionale, parleremmo indicativamente di una messa a fuoco intorno ai due metri e mezzo e di una zona utilizzabile che comincia poco oltre un metro. Non occorre ricordare questi numeri: serve comprenderne il potenziale.
La parola decisiva è “accettabilmente”
Esiste un solo piano di messa a fuoco perfetta; davanti e dietro quel piano la nitidezza non precipita improvvisamente, ma diminuisce in modo graduale. La profondità di campo stabilisce entro quali limiti quella perdita possa ancora sembrarci trascurabile. Dipende dalla focale, dal diaframma e dalla distanza, ma anche da quanto grande mostreremo la fotografia, da quanto vicino verrà osservata e da ciò che pretendiamo dal risultato.
Un sensore da 45 megapixel non cambia le leggi dell’ottica, ma ci permette di accorgerci più facilmente di ciò che le vecchie tabelle consideravano irrilevante. Se osserviamo ogni fotografia al 100% sul monitor, il margine di nitidezza apparente si restringe. Se la pubblichiamo sul web o la stampiamo in un formato ragionevole, torna ad allargarsi. Le scale di profondità di campo dei vecchi obiettivi non erano sbagliate: rispondevano semplicemente a esigenze, ingrandimenti e criteri di osservazione differenti. Per questo oggi è sensato considerare i calcoli come un punto di partenza e adottare un piccolo margine prudenziale, soprattutto quando il dettaglio è importante.
Ma l’iperfocale diventa interessante quando smettiamo di parlarne e cominciamo a immaginare fotografie.
Costruire uno spazio e aspettare che qualcosa vi accada
Torniamo nella piazza. Con un grandangolare, un diaframma intermedio e la messa a fuoco già bloccata alla distanza scelta, possiamo tenere la fotocamera all’occhio, al petto o persino lungo il fianco. Non chiediamo più all’autofocus di interpretare la scena a ogni scatto. Possiamo concentrarci sulle relazioni tra le persone, sulle geometrie, sul momento in cui un soggetto entra nello spazio giusto. Non significa affidarsi al caso: significa avere preparato la macchina perché sia pronta prima che accada qualcosa.
È la stessa libertà che possiamo cercare in un mercato, durante una festa, in una stazione o camminando in una strada affollata. L’iperfocale, in questi casi, incontra la messa a fuoco a zona: definiamo in anticipo lo spazio nel quale vogliamo che accadano le cose e aspettiamo che la realtà lo riempia. Non inseguiamo il soggetto con il punto AF; costruiamo una piccola scena invisibile e lasciamo che qualcuno vi entri. È un modo diverso di fotografare, più vicino all’osservazione e all’anticipazione che alla reazione della macchina.
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Cercare punti di vista che altrimenti non tenteremmo
Ora immaginiamo di voler fotografare quasi dal livello del terreno. Una pozzanghera riflette un edificio, alcune foglie formano il primo piano, più lontano passa una persona. Potremmo abbassarci, orientare lo schermo, ingrandire l’immagine, scegliere il punto AF e controllare con precisione. Oppure potremmo avere già predisposto un grandangolare in modo che la zona utile inizi poco oltre la fotocamera e raggiunga lo sfondo. A quel punto possiamo cercare liberamente l’inquadratura, anche tenendo la macchina in una posizione dalla quale lo schermo si vede male. L’iperfocale non ci sta regalando maggiore nitidezza: ci sta regalando un punto di vista che forse, altrimenti, non avremmo nemmeno tentato.
Nel paesaggio non sprechiamo la profondità di campo
Molti mettono automaticamente a fuoco le montagne sullo sfondo, sprecando tutta la profondità di campo che si estenderebbe inutilmente oltre l’infinito, se questo fosse possibile. Il risultato è che il sasso, il cespuglio o il corso d’acqua scelto per dare profondità alla composizione rimane più morbido del necessario. Spostando la messa a fuoco verso di noi possiamo conservare lo sfondo entro una nitidezza sufficiente e recuperare una parte importante del primo piano.
Qui, però, bisogna fare una scelta fotografica prima che tecnica. Qual è l’elemento vicino che deve essere realmente leggibile? Non è necessario rendere nitido ciò che si trova a pochi centimetri dall’obiettivo soltanto perché esiste. Se il primo elemento significativo è a un metro e mezzo, possiamo costruire la profondità di campo a partire da quello. Se invece una pietra a trenta centimetri è il vero ingresso nella composizione, forse l’iperfocale non basta e sarà preferibile cambiare inquadratura, usare una focale più corta oppure ricorrere a più scatti con differenti distanze di messa a fuoco. La tecnica deve servire la fotografia; non obbligarla a contenere tutto.
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Negli interni conta la distribuzione, non un solo punto perfetto
Lo stesso ragionamento funziona in un interno monumentale. In una chiesa, in una biblioteca o sotto un portico, la tentazione è lasciare che l’autofocus scelga una colonna, un altare o un dettaglio molto lontano. Ma se l’immagine è costruita sulla successione degli archi, sulla pavimentazione che conduce lo sguardo e sulla profondità dell’ambiente, ciò che ci serve non è un singolo punto perfettamente inciso: ci serve una distribuzione coerente della nitidezza. Preparare la messa a fuoco può permetterci anche di alzare la fotocamera sopra la testa, appoggiarla vicino a una parete o collocarla in una posizione inconsueta senza dover controllare continuamente il display.
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L’autofocus risponde a un’altra domanda
Tutto ciò non rende inutile l’autofocus moderno. Le Nikon Z sanno riconoscere persone, animali e veicoli con una velocità impensabile pochi anni fa, ma l’autofocus risponde a una domanda diversa: quale soggetto deve essere perfettamente a fuoco in questo momento? L’iperfocale risponde invece a questa: entro quale spazio voglio poter fotografare senza preoccuparmi nuovamente della messa a fuoco?
Non sono tecniche concorrenti. Possiamo usare l’AF per individuare rapidamente un oggetto posto alla distanza desiderata, passare alla messa a fuoco manuale e conservare quella regolazione finché non cambiano focale, diaframma o tipo di scena.
Sul campo bastano pochi gesti
Prima scegliamo la focale, perché è la composizione a comandare. Poi impostiamo un diaframma ragionevole: spesso f/8 o f/11 sono più utili del diaframma minimo, che introduce diffrazione, allunga il tempo di posa e non trasforma comunque ogni distanza in un piano perfettamente nitido. Individuiamo quindi l’elemento più vicino che desideriamo conservare leggibile e stimiamo, con una tabella o un calcolatore, la distanza iperfocale.
Mettiamo a fuoco su qualcosa che si trovi approssimativamente a quella distanza, blocchiamo la regolazione e facciamo uno scatto di controllo. Se il primo piano importante è troppo morbido, possiamo spostare leggermente il fuoco verso di noi, sapendo però che anche il margine verso l’infinito si ridurrà. Se la destinazione è una grande stampa, saremo più prudenti; se l’immagine è destinata al web, potremo utilizzare una zona più generosa.
Non serve misurare il terreno con il metro. Possiamo imparare a riconoscere due, tre o cinque metri usando oggetti comuni, i passi, le piastrelle di un pavimento o la posizione di una persona. Dopo qualche prova, il procedimento diventa intuitivo. L’importante è non confondere la precisione del numero fornito da un calcolatore con la precisione del risultato reale: quel numero dipende sempre dal criterio di nitidezza accettabile scelto a monte.
Quando l’iperfocale non è la risposta
Se nella fotografia esiste un soggetto dominante, specialmente una persona, è quasi sempre preferibile mettere a fuoco direttamente su di lui e, nel ritratto, sugli occhi. Se lavoriamo con un 85 o un 135mm, con un diaframma molto aperto o con un soggetto vicino, la distanza iperfocale può diventare tanto grande da non offrire alcun vantaggio concreto.
Se vogliamo ottenere una stampa enorme, se ogni dettaglio del primo piano deve essere realmente risolto oppure se la macchina è già sul treppiedi e la scena non si muove, più scatti destinati al focus stacking possono produrre un risultato tecnicamente superiore. E nella fotografia notturna non dobbiamo presumere che stelle e primo piano possano essere entrambi perfetti con un solo scatto: a tutta apertura la zona disponibile si restringe e l’infinito richiede maggiore attenzione.
Bisogna anche dimenticare la vecchia raccomandazione di mettere a fuoco “a un terzo della scena”. Una fotografia non è suddivisa in tre fasce geometricamente equivalenti e le distanze non crescono in modo lineare. Un terzo di una strada che si estende per cento metri non corrisponde affatto al punto utile per distribuire la profondità di campo. È una scorciatoia verbale che qualche volta produce un risultato plausibile e molte altre no. Meglio stabilire quale sia il primo elemento importante e ragionare a partire da quello.
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Una prova di dieci minuti può cambiare il modo di fotografare
Montate un 24 o un 28mm, scegliete f/8, calcolate una distanza indicativa e bloccate lì la messa a fuoco. Poi percorrete una strada senza più toccarla. Fotografate ciò che entra nella zona predisposta, provate un’inquadratura dal basso, avvicinate un elemento al bordo, aspettate che una persona attraversi il punto giusto.
Non giudicate l’esperimento soltanto ingrandendo ogni immagine al 100%. Chiedetevi soprattutto se avete visto e realizzato fotografie che, dovendo ogni volta occuparvi del punto AF, non avreste tentato.
L’iperfocale non è la ricerca della massima nitidezza possibile. Per quella esistono la messa a fuoco precisa sul soggetto, il treppiedi, il focus stacking e mille altre attenzioni. È invece la ricerca della nitidezza sufficiente entro uno spazio scelto consapevolmente. Una volta preparato quello spazio, possiamo smettere di amministrare la fotocamera e tornare a guardare il mondo.
Non serve a rendere nitido tutto. Serve a decidere in anticipo che cosa può permettersi di non esserlo perfettamente. E, soprattutto, può darci la libertà di realizzare fotografie alle quali, fino a ieri, non avevamo pensato.
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