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Il presente non aspetta. È l'unico tempo della fotografia.
Esiste una caratteristica della fotografia che la distingue da qualsiasi altra forma di espressione visiva, eppure raramente ci soffermiamo a rifletterci. Un pittore può dipingere il passato ricostruendolo con la propria immaginazione. Uno scrittore può ambientare un romanzo nell'antica Roma o nel prossimo secolo. Un compositore può evocare ricordi lontani o immaginare mondi che ancora non esistono. Il fotografo, invece, no. Può lavorare soltanto con ciò che esiste davanti al suo obiettivo, in questo preciso momento.
È un limite, ma è anche la sua forza.
Spesso diciamo di voler fotografare la storia, la memoria, il passato. In realtà non fotografiamo mai il passato. Fotografiamo ciò che del passato è arrivato fino a noi. Un castello medievale, una locomotiva a vapore, il volto segnato di un reduce, una Nikon F consumata da decenni di lavoro. Sono tutti soggetti presenti. La loro storia appartiene al passato, ma la luce che impressiona il sensore è quella di oggi.
Lo stesso vale per il futuro. Possiamo immaginarlo, aspettarlo, prepararci. Il fotografo naturalista conosce il ramo sul quale probabilmente si poserà l'airone. Il fotografo sportivo sa dove passerà il corridore. Il reporter intuisce che qualcosa sta per accadere. Ma fino a quando quell'evento non entra nel presente non esiste alcuna fotografia. Esiste soltanto un'attesa.
La macchina fotografica non possiede il dono della previsione. È uno strumento costruito per registrare il presente.
Per questo motivo la fotografia insegna una disciplina particolare: quella della disponibilità. Essere pronti quando il momento arriva. Perché il momento non aspetta nessuno.
Quante fotografie non abbiamo mai realizzato perché abbiamo rimandato di un giorno un'uscita? Quante volte abbiamo pensato che quella luce sarebbe tornata identica la settimana successiva, che quel negozio avrebbe avuto ancora la stessa insegna, che quell'albero sarebbe rimasto dov'era, che quella persona avrebbe avuto ancora lo stesso sorriso?
La realtà, semplicemente, non funziona così.
Le città cambiano senza chiedere il nostro permesso. Le persone invecchiano. Gli alberi vengono abbattuti. I mestieri scompaiono. I bambini diventano adulti. Persino le montagne cambiano lentamente volto. Ogni giornata modifica qualcosa, anche quando ci sembra identica alla precedente.
La fotografia ci ricorda che nulla rimane immobile abbastanza a lungo da concederci il lusso del rinvio.
Ecco perché il fotografo dovrebbe diffidare della frase più pericolosa della nostra attività : ci andrò un'altra volta.
Forse quella luce non tornerà. Forse quel mercato sarà stato demolito. Forse quel vecchio pescatore non sarà più seduto sul molo. Forse noi stessi non avremo più lo stesso entusiasmo, la stessa curiosità o semplicemente la stessa occasione.
Non è pessimismo. È il modo in cui scorre il tempo.
La fotografia, più di qualsiasi altra attività, ci obbliga ad accettarlo. Ogni immagine è irripetibile non perché il soggetto sia straordinario, ma perché irripetibile è la combinazione di luce, atmosfera, persone, emozioni e istante. Anche tornando nello stesso luogo cento volte, realizzeremo cento fotografie diverse. Mai la stessa.
Per questo un fotografo non dovrebbe farsi crescere l'erba sotto i piedi.
Le attrezzature possono aspettare l'obiettivo successivo, il sensore con qualche megapixel in più, il software dell'anno prossimo. La realtà, invece, continua a cambiare mentre noi confrontiamo schede tecniche, leggiamo recensioni o rimandiamo l'uscita al fine settimana successivo.
Le fotografie migliori raramente nascono da una pianificazione perfetta. Nascono dalla presenza. Dall'essere lì quando il mondo decide, per una frazione di secondo, di offrire qualcosa che un attimo prima non c'era e un attimo dopo sarà già scomparso.
È questo il privilegio del fotografo. Non fermare il tempo, come spesso si dice, ma riconoscere il valore dell'unico tempo che gli è concesso.
Il presente.
E il presente, semplicemente, non aspetta.
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