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Il fotografo annoiato : tutta la tecnologia del mondo e niente da fotografare

Non è una condizione rara e non è nemmeno facile da confessare. Il fotografo annoiato continua spesso a definirsi fotografo, possiede un’attrezzatura adeguata, talvolta eccellente, conosce le novità del mercato e può discutere a lungo delle prestazioni di una fotocamera. Semplicemente, fotografa sempre meno. E quando finalmente si trascina fuori di casa con la borsa preparata, torna con immagini che non ha molta voglia di riguardare. Le scarica sul computer perché è una persona ordinata, le duplica sul sistema di sicurezza perché è una persona previdente e poi le lascia lì, prudentemente protette da qualsiasi tentativo di diventare fotografie.

Non vorremmo farne un atto d’accusa. La noia non è un reato e nemmeno una prova di insensibilità. Può arrivare dopo molti anni di pratica, quando si ha l’impressione di avere già visto, fotografato e ripetuto tutto ciò che era alla propria portata. Può dipendere da un genere esaurito, da un ambiente che non stimola più o da una stagione della vita nella quale altre preoccupazioni occupano lo spazio mentale necessario alla fotografia. Può riguardare l’amatore, libero di non fotografare, ma anche il professionista, che continua a farlo perché le fatture conservano una sorprendente capacità di motivazione.

Rimane, tuttavia, un paradosso difficile da ignorare. Viviamo in un’epoca straordinaria, nella quale strumenti di potenza inimmaginabile soltanto dieci anni fa sono diventati accessibili a un numero enorme di persone. Le nostre fotocamere vedono al buio, riconoscono gli occhi, seguono un soggetto in movimento, scattano più rapidamente di quanto siamo capaci di osservare e producono file che possono essere lavorati, stampati e distribuiti con una libertà sconosciuta a qualsiasi generazione precedente. Aspettavamo da sempre una fotocamera capace di fare quasi tutto. Ora che l’abbiamo, non sappiamo necessariamente che cosa chiederle.

Il vero spreco, quindi, non consiste nel possedere una macchina troppo costosa o un obiettivo usato soltanto tre volte. Consiste nella sproporzione tra ciò che gli strumenti permetterebbero di fare e la povertà delle intenzioni che talvolta affidiamo loro. La tecnologia ha rimosso quasi ogni ostacolo pratico, ma non può fornirci un soggetto, un interesse o una vocazione. Può mettere a fuoco l’occhio di una persona; non può dirci perché quella persona meriti di essere guardata.

1. Piccolo catalogo dei fotografi annoiati

Il fotografo annoiato non si presenta quasi mai come tale. Più spesso sviluppa comportamenti compensativi che producono una certa attività intorno alla fotografia, evitando accuratamente il rischio di farne una. Abbiamo provato a riconoscere alcuni profili, senza alcuna pretesa scientifica e soprattutto senza escludere di appartenere, almeno occasionalmente, a più di uno.

Il custode dell’attrezzatura

La sua borsa è organizzata meglio di molte unità operative. Le batterie sono cariche, numerate e controllate; i firmware aggiornati; le lenti pulite; gli accessori riposti in contenitori appropriati. Conosce lo stato di usura di ogni tappo e potrebbe affrontare senza difficoltà un incarico di sei mesi in una regione priva di elettricità. L’unico elemento non sempre pronto è il fotografo.

Il custode prova una soddisfazione sincera nel possesso, nella manutenzione e nell’ordine. Non c’è nulla di male, naturalmente: anche gli strumenti hanno una propria bellezza e alcuni obiettivi meritano di essere osservati quanto le immagini che producono. Il problema nasce quando la cura dell’attrezzatura diventa un’attività autosufficiente, capace di occupare tutto il tempo che avrebbe dovuto preparare. La borsa è pronta per partire, ma sembra aver smarrito la destinazione.

Il fotografo del prossimo acquisto

È persuaso che la voglia tornerà con la fotocamera successiva. Per qualche settimana accade davvero. Bisogna studiare il nuovo apparecchio, configurarlo, confrontarlo con il precedente e verificare le funzioni che il costruttore ha aggiunto per risolvere problemi dei quali fino a quel momento non si era avvertita l’esistenza. Seguono alcune uscite, numerose fotografie di prova e la piacevole sensazione di essere tornati attivi.

Poi la novità si attenua, la fotocamera diventa familiare e riappare il vuoto che avrebbe dovuto colmare. Comincia allora l’attesa per il modello seguente, del quale un sito asiatico ha già pubblicato le prime specifiche plausibili. Il fotografo del prossimo acquisto non desidera precisamente una macchina nuova: desidera tornare a desiderare la fotografia. La tecnologia gli procura una motivazione intensa ma breve, come certi farmaci che alleviano il sintomo senza occuparsi troppo della causa.

L’analista permanente

Conosce ogni grafico MTF, distingue un sensore stacked da uno partially stacked e può spiegare perché un’ottica da laboratorio non si comporti nello stesso modo a distanza di ritratto. Segue brevetti, interviste, presentazioni e indiscrezioni industriali. Sa quali fotocamere potrebbero uscire entro diciotto mesi, quali obiettivi mancano a ogni sistema e quale marchio stia per commettere un errore strategico irreparabile.

Potrebbe tenere una conferenza sull’autofocus a 120 fotogrammi al secondo, ma incontra qualche difficoltà a indicare l’ultima fotografia che ha stampato. La sua competenza è reale e non merita disprezzo. È semplicemente diventata un’attività parallela che ha finito per sostituire quella principale. Studiare la fotografia è molto più controllabile che praticarla: le specifiche sono certe, i confronti ordinabili, le conclusioni discutibili ma rassicuranti. I soggetti, purtroppo, non hanno letto il manuale e tendono a comportarsi senza riguardo per le nostre prove.

Il ripetitore competente

Continua a fotografare e spesso lo fa bene. Torna negli stessi luoghi, riconosce la luce favorevole, porta l’obiettivo giusto e produce immagini tecnicamente corrette, talvolta eccellenti. Il problema è che conosceva già il risultato prima ancora di uscire di casa. La competenza gli consente di evitare gli errori, ma gli impedisce anche di incontrare qualcosa che non aveva previsto.

Non è necessariamente prigioniero di un luogo. Può viaggiare molto e ripetere ovunque la medesima fotografia: cambia lo sfondo, non lo sguardo. La noia del ripetitore è particolarmente difficile da riconoscere perché i risultati continuano a ricevere approvazione. Gli altri vedono coerenza; lui comincia a sospettare che si tratti di una procedura. Fare bene ciò che non ci sorprende più è una forma rispettabile di abilità, ma raramente basta a mantenere viva una passione.

Il reduce del capolavoro

Ha conosciuto una stagione felice nella quale tutto sembrava funzionare: il luogo giusto, le persone giuste, la disponibilità di tempo e soprattutto una curiosità non ancora addomesticata. Le fotografie di allora continuano a sembrargli più fresche e necessarie di quelle attuali. Ogni nuova immagine viene confrontata con quel periodo e ne esce inevitabilmente sconfitta.

È possibile che in passato fosse davvero più bravo, ma è altrettanto possibile che la memoria abbia applicato una selezione piuttosto severa, conservando le immagini riuscite e dimenticando le migliaia perfettamente trascurabili. Il reduce non compete soltanto con il proprio lavoro migliore: compete con una versione più giovane di sé, favorita dal vantaggio di non dover più dimostrare nulla. Il passato diventa così un concorrente imbattibile e il presente una replica che non riesce mai ad avere la stessa luce.

L’accumulatore digitale

Fotografa molto, qualche volta moltissimo. Le sue schede tornano piene, i dischi si moltiplicano e il sistema di archiviazione potrebbe sopravvivere a una catastrofe di media entità. Eppure il processo si interrompe subito dopo l’importazione. Le immagini non vengono selezionate, lavorate, ordinate, stampate o pubblicate. Sono state registrate, ma non hanno ancora raggiunto una forma definitiva.

La fotografia digitale ha eliminato il costo materiale di ogni scatto e ci ha regalato una libertà enorme. Ci ha anche consentito di rimandare indefinitamente il momento della scelta. L’accumulatore confonde la quantità delle possibilità con la consistenza del risultato. Possiede migliaia di fotografie potenziali, accuratamente custodite in cartelle che forse non riaprirà mai. Niente è andato perduto, salvo il motivo per cui quelle immagini erano state scattate.

Il fotografo sociale senza società

Per anni ha fotografato all’interno di un circolo, di un gruppo, di un forum, di un’associazione o di una cerchia di amici. Le uscite avevano una data, le immagini un pubblico e le esperienze una conversazione nella quale continuare. Quando quel contesto si è indebolito, ha scoperto che una parte della motivazione non proveniva esclusivamente dai soggetti, ma dalla comunità costruita attorno alle fotografie.

Non significa che la sua passione fosse falsa. La fotografia è sempre stata anche un’attività sociale: si fotografa per sé, ma raramente soltanto per sé. Un’immagine che nessuno vedrà può avere pieno valore personale; una produzione intera senza destinatario rischia invece di perdere progressivamente significato. Il fotografo sociale non ha necessariamente esaurito ciò che vuole vedere. Forse non sa più con chi parlarne.

Il professionista efficiente

Produce fotografie ogni giorno, rispetta le consegne, interpreta correttamente le richieste del cliente e mantiene una qualità costante. Da fuori appare l’esatto contrario del fotografo annoiato. Eppure può esserlo quanto l’amatore che non apre la borsa da sei mesi. La differenza è che l’amatore può fermarsi, mentre il professionista deve continuare a sembrare interessato.

La ripetizione, le richieste prevedibili, la riduzione dei margini e la necessità di lavorare in fretta possono trasformare un mestiere creativo in una sequenza di soluzioni già collaudate. Non sempre ricavare reddito protegge dalla noia; qualche volta la rende soltanto più efficiente. Il professionista conserva però una possibile via di fuga: separare, almeno in parte, il lavoro che deve produrre dalla fotografia che desidera ancora fare. Non è semplice e certamente non paga due volte le stesse fatture, ma può ricordargli perché abbia scelto quel mestiere prima che diventasse tale.

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2. Qualche possibile via d’uscita

Sarebbe facile proporre la consueta serie di esercizi creativi: uscire con un solo obiettivo, fotografare il proprio quartiere, scegliere un colore, usare esclusivamente il formato quadrato, fare cento passi e voltarsi. Sono suggerimenti innocui e talvolta perfino utili, ma assomigliano alla ginnastica prescritta dal fisioterapista alla fotografia. Possono occupare un pomeriggio; più difficilmente restituiscono una necessità.

La prima domanda da porsi non è che cosa si desideri fotografare, ma che cosa continui a interessarci quando non abbiamo una fotocamera in mano. Può essere la musica, una persona, la storia locale, l’architettura industriale, il teatro, i cavalli, le officine, gli alberi, una collezione, un quartiere che cambia, le tracce lasciate da un’attività umana o i gesti quotidiani di una famiglia. Il soggetto non deve essere originale e non occorre che possa interessare a tutti. Deve avere conseguenze per chi lo osserva.

La fotografia si indebolisce quando cerca la propria motivazione soltanto dentro la fotografia. Visitare mostre, studiare autori e conoscere gli strumenti è importante, ma non può sostituire indefinitamente il rapporto con il mondo. Molti progetti vitali nascono dall’incontro tra una passione fotografica e un interesse che esisteva già. Chi ama la musica può cercare i luoghi e le persone che la producono; chi conosce la storia di un territorio può osservare ciò che ne resta; chi è attratto dai mestieri può seguire mani, strumenti e ambienti. Non bisogna necessariamente trovare un soggetto nuovo. Può bastare riconoscere che cosa guardiamo già con un’attenzione diversa da quella degli altri.

Un secondo passaggio consiste nello smettere, almeno qualche volta, di pensare per uscite e cominciare a pensare per progetti conclusi. L’uscita produce file; il progetto richiede scelte, esclusioni, ritorni e una destinazione. Non deve diventare un libro o una mostra. Possono bastare dodici fotografie selezionate e ordinate, una piccola serie stampata, una sequenza accompagnata da poche righe o il racconto coerente di una persona, di un oggetto o di un luogo. La dimensione conta meno della conclusione.

Portare a termine un lavoro obbliga a guardare davvero le immagini e spesso rivela che il problema non era la mancanza di soggetti, ma l’assenza di una ragione per scegliere. Consente inoltre di distinguere tra la fotografia singola, magari riuscita per fortuna, e la costruzione di un pensiero visivo. Un progetto può anche fallire, ma un fallimento finito insegna generalmente più di tremila file in attesa di essere esaminati.

Potrebbe essere utile anche ridurre per qualche tempo il consumo di informazione fotografica. Non per ascetismo, né perché la tecnologia sia irrilevante. Fotocamere e obiettivi contano, e su Nikonland saremmo poco credibili se fingessimo il contrario. Ma rumor, confronti, specifiche e anticipazioni occupano lo stesso spazio mentale dal quale dovrebbe nascere un’intenzione. Sapere che tra un anno potrebbe arrivare una fotocamera migliore non cambia la luce disponibile oggi pomeriggio, né rende più interessante la persona che abbiamo davanti.

Il confine non passa tra chi ama l’attrezzatura e chi sostiene di ignorarla. Passa tra la conoscenza che conduce a una fotografia e quella che consente di rimandarla. Studiare un obiettivo per comprenderne il carattere, scegliere il soggetto adatto e impiegarlo consapevolmente è fotografia. Discutere per mesi di un obiettivo che forse verrà annunciato, senza usare quello già posseduto, appartiene a un’attività diversa. Legittima, spesso divertente e certamente meno esposta alla pioggia, ma diversa.

Un’altra strada consiste nel restituire alle fotografie un destinatario. Non è necessario cercare il consenso di un pubblico numeroso o inseguire il funzionamento delle piattaforme sociali, che tendono a premiare la frequenza più della profondità e l’immediatezza più della durata. Può bastare una persona competente con la quale confrontarsi, un piccolo gruppo, un articolo, una stampa donata o una serie costruita per qualcuno. L’immagine cambia quando sappiamo perché debba esistere e chi dovrebbe incontrarla.

Anche il rapporto con la stampa merita di essere recuperato, senza farne una religione. Un file sul monitor rimane reversibile: può essere modificato, reinterpretato, ritagliato e abbandonato. La stampa costringe a decidere. Trasforma una possibilità in un oggetto e rende immediatamente visibili tanto le qualità quanto le esitazioni. Non occorre stampare grande, usare carte esoteriche o pronunciare la parola “fine art” con particolare gravità. Basta sottrarre alcune fotografie alla condizione di file provvisorio.

Infine, può essere necessario accettare che un genere, un’abitudine o persino la fotografia stessa abbiano bisogno di una pausa. Non ogni mancanza di entusiasmo deve essere curata con un programma di esercizi. Talvolta la noia segnala che abbiamo concluso un percorso e non abbiamo ancora individuato il successivo. Fermarsi è legittimo. Meno utile è sostituire silenziosamente la fotografia con il commercio e il commento sull’attrezzatura, continuando a raccontarsi che si tratta della medesima passione.

Non proponiamo quindi di fotografare di più, ma di ristabilire una relazione tra interesse, intenzione e risultato. Si può uscire una volta al mese e produrre un lavoro vivo; si può scattare ogni giorno senza aggiungere nulla a ciò che si era già fatto. La frequenza è una conseguenza, non una cura.

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3. Una posizione personale

Non penso che esista una ricetta universale per mantenere viva la fotografia. Posso soltanto dire che cosa continua a funzionare per me. Io fotografo ciò che mi piace: mi appassionano prima di tutto i soggetti, viventi o inanimati, e provo a trasformarli in fotografie al meglio delle mie possibilità. Non sempre ci riesco e non sempre il risultato corrisponde a ciò che avevo immaginato, ma la spinta iniziale non nasce dalla necessità di usare una fotocamera. Nasce dalla voglia di dare una forma a qualcosa che ha attirato la mia attenzione.

Per indole, probabilmente, sarei un pittore. Mi interessano la luce, i volumi, il colore, la disposizione delle figure nello spazio e quella trasformazione del reale che comincia quando smettiamo di limitarci a riconoscerlo e proviamo a rappresentarlo. La fotografia, tuttavia, mi sembra più adatta al nostro tempo e certamente più coerente con il mio carattere. Ho fame di scatto, amo la velocità e non possiedo la pazienza necessaria ad accettare i tempi della pittura. La fotocamera mi permette di pensare per immagini con la rapidità con cui guardo.

A questo si aggiunge la mia passione per Nikon e, soprattutto, per gli obiettivi. Ne possiedo esemplari che vanno dal 1964 a ieri, insieme a molto di ciò che può essere montato davanti a una Nikon. Potrebbe sembrare collezionismo e, almeno in parte, probabilmente lo è. Ma quegli obiettivi non mi interessano soltanto come oggetti. Ciascuno propone un modo diverso di guardare e mi spinge a cercare l’occasione nella quale possa rendere al massimo delle proprie possibilità. Un vecchio Nikkor e un moderno obiettivo Z non sono due tappe di una classifica nella quale il più recente deve necessariamente cancellare il precedente. Sono strumenti con caratteri differenti, ai quali affidare soggetti, distanze e intenzioni differenti.

È qui che, a mio parere, la passione per l’attrezzatura può separarsi dalla semplice speculazione tecnica. Un obiettivo non dovrebbe offrirmi soltanto qualcosa da misurare o confrontare: dovrebbe farmi venire in mente una fotografia. Se il suo arrivo mi induce a cercare una persona, una luce, un luogo o un esperimento che senza di esso non avrei immaginato, allora non ha sostituito la motivazione, ma l’ha alimentata. La distinzione non dipende dal numero di apparecchi posseduti, dal loro prezzo o dalla loro età. Dipende da ciò che riescono ancora a mettere in movimento.

Non c’è quindi contraddizione tra amare profondamente gli strumenti e mettere i soggetti al primo posto. Al contrario, il piacere di impiegare un determinato obiettivo può affinare la ricerca del soggetto adatto, così come l’interesse per un volto, un animale, un oggetto o una luce può farci comprendere finalmente il senso di uno strumento che possedevamo già. La tecnologia diventa sterile soltanto quando si chiude in se stessa. Finché genera occasioni, tentativi e fotografie, continua a essere parte del processo creativo.

Naturalmente non cerco soltanto di portare gli strumenti al limite delle loro possibilità. Cerco di spostare anche il mio. Essere nato nel 1963 significa sapere che il tempo disponibile non è più una quantità teoricamente illimitata; non significa necessariamente fotografare con minore curiosità. Può voler dire diventare più selettivi senza diventare prudenti, rinunciare a ciò che non interessa più per dedicare maggiore energia a ciò che ancora ci sfida. L’età non aggiunge automaticamente profondità, come talvolta si sostiene per consolare chi la sta accumulando, ma può insegnare a riconoscere più rapidamente ciò che non merita il nostro tempo.

La mia ricetta, se così possiamo chiamarla, consiste quindi nel mantenere aperta una tensione tra tre elementi: un soggetto che mi appassiona, uno strumento che desidero comprendere e una difficoltà che non sono ancora sicuro di saper superare. Se uno dei tre manca, l’esperienza perde qualcosa. Un soggetto senza una scelta espressiva rischia di essere soltanto registrato; uno strumento senza un soggetto diventa un oggetto da inventariare; una fotografia senza difficoltà può trasformarsi in una procedura già conosciuta.

È questa combinazione a rendermi ansioso di uscire per provare una nuova idea, una soluzione diversa o un soggetto che non ho ancora affrontato come vorrei. Non fotografo per dimostrare di essere rimasto giovane e nemmeno per utilizzare a turno tutto ciò che possiedo, come se gli obiettivi dovessero completare un programma annuale di servizio. Fotografo perché non ho ancora esaurito ciò che desidero vedere e, soprattutto, perché non ho ancora raggiunto il limite di come potrei rappresentarlo.

Forse la noia arriva quando smettiamo di porre resistenza a noi stessi, quando scegliamo soltanto ciò che sappiamo già fare e trasformiamo la competenza in un rifugio. Per evitarla non è necessario cercare continuamente luoghi esotici, soggetti eccezionali o apparecchi rivoluzionari. È sufficiente che nella fotografia successiva rimanga qualcosa che ancora non sappiamo: una luce difficile, un’espressione imprevedibile, una resa da scoprire, una soluzione che potrebbe non funzionare.

Non c’è nulla di male nell’amare gli strumenti. Il problema comincia quando gli strumenti non ci fanno più venire in mente fotografie. E non c’è nulla di male nemmeno nell’attraversare una stagione di stanchezza. Ma se continuiamo a chiamarci fotografi, se continuiamo a circondarci di fotocamere e obiettivi e a interessarci del loro futuro, forse vale la pena domandarci ogni tanto quale fotografia stiamo aspettando.

Potremmo scoprire che non ci manca una macchina nuova, un viaggio o un esercizio creativo. Ci manca soltanto qualcosa che desideriamo guardare abbastanza a lungo da volerlo trasformare in un’immagine.

La fisioterapia del fotografo annoiato

Uscire con un solo obiettivo. Fotografare esclusivamente il colore rosso. Fare cento passi, voltarsi e scattare. Usare il formato quadrato, il bianco e nero oppure una focale che detestiamo, possibilmente sotto la pioggia. Sono pratiche innocue, qualche volta divertenti e certamente adatte a riempire un pomeriggio, ma non molto diverse dagli esercizi prescritti dal fisioterapista: mantengono in movimento l’apparato senza restituirgli necessariamente una ragione per muoversi.

La noia non si aggira imponendosi una piccola penitenza fotografica. È più utile trovare qualcosa che ci interessi davvero, assegnargli un progetto, portarlo a termine e dargli una destinazione. Un soggetto, un’intenzione e qualcuno — almeno noi stessi — che abbia voglia di vedere il risultato. Tutto il resto può aiutare, ma difficilmente cura. E il giorno seguente il 35 mm sarà ancora lì, solo e disciplinatamente inutile.

La specializzazione come alibi

Poi ci sono i fotografi che hanno deciso di fotografare una cosa sola, con una luce precisa, nella stagione corretta, usando l’attrezzatura prescritta e soltanto quando ogni requisito coincide con il proprio regolamento. Se manca una di queste condizioni, non fotografano. La chiamano specializzazione; qualche volta è soltanto un sistema molto elaborato per ridurre al minimo le occasioni di sbagliare.

Conoscere profondamente un soggetto è un valore. Trasformare quella conoscenza in un dogma significa invece smettere di guardare tutto ciò che non vi rientra. Non serve organizzare un safari in un luogo esotico, raggiungere l’Antartide o attendere l’allineamento favorevole di luce, vento e fauna per meritarsi una fotografia. Molte delle immagini migliori non erano state previste, prenotate né incluse nel programma: sono apparse per caso, magari nel giardino dietro casa, mentre il fotografo veramente specializzato stava aspettando condizioni più degne della propria attrezzatura.

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User Feedback

Recommended Comments

  • Administrator

Articolo dedicato al @Valerio Brustia , al suo kazzo di lavoro dimmerda e al suo datore di lavoro che se lo inkulino i lupi.

Mi rivolgo anche a @Dario Fava che vedo sempre più estraneo dalla realtà concreta e più preso per una tangente imperscrutabile rivolta verso la seconda stella a sinistra ...

E a tutti quelli che continuano, nonostante tutto, a volermi bene.

sorriso

Resta inteso che se voi vi annoiate oramai a morte a fotografare e non riuscite a trovare una "cura", per me non cambia nulla.
Non è poi una cosa così importante nell'economia del mondo di oggi funestata da ben altri drammi e non sarà ricordata nei libri di storia.
PeraItro io non ho nemmeno bisogno di saperlo per trepidare per i i prossimi due shooting già organizzati per il 21 e 27 agosto che aspetto con ansia (oltre alle decine di altri momenti di scatto che avrò nel frattime, senza alcuna pianificazione).
Ma mi viene il magone a vedere tutto quel potenziale e quel talento sprecati.

  • Administrator

Un'ultima annotazione editoriale sulla Nikonland nel 2026-2027 :

  1. Nikonland ama la tecnologia, ma non la considera uno scopo autosufficiente.

  2. Gli strumenti contano, qualche volta moltissimo, ma devono suscitare fotografie.

  3. La passione non si misura dalla modestia del corredo: si misura da ciò che il corredo mette in movimento.

  4. Migliorare non significa soltanto ottenere file tecnicamente superiori, ma diventare più curiosi, colti, consapevoli e capaci di concludere un lavoro.

  5. La fotografia è relazione: con un soggetto, con il mondo, con chi guarderà le immagini e anche con la parte di noi che desidera rappresentare ciò che vede.

osservare questo, potrebbe già in parte far sollevare le nebbie della noia ...

Tanker

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander

tutto condivisibile e concordo pure sul fatto,che poichè nel mondo umano il tempo passa e non ritorna, trovare l'occasione,il tempo ,per fare foto è un valore aggiunto. Tra i profili elencati, uno in particolare quello della borsa mega organizzata, si confà perfettamente ad un mio conoscente,con una borsa da far invidia a Nikon stessa ma che non ha MAI prodotto una singola foto ,fosse diapo o file digitale ...........

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Non sono annoiato, e’ che c’è n’è sempre una.

Puttanae………..

  • Administrator
24 minuti fa, Valerio Brustia ha scritto:

Non sono annoiato, e’ che c’è n’è sempre una.

Puttanae………..

l'ho capito. La mia era solo una dedica.

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano
4 minuti fa, Mauro Maratta ha scritto:

l'ho capito. La mia era solo una dedica.

Grazie,

Comunque sta roba sta trasformandosi in rabbia. Comincio a trattare male la gente perché sto perdendo un po’ la brocca.🤬

Figurati che ho provato empatia per il pazzo furioso che ha steso 4 ciclisti in val di Susa 🙄

  • Administrator
Adesso, Valerio Brustia ha scritto:

Figurati che ho provato empatia per il pazzo furioso che ha steso 4 ciclisti in val di Susa 🙄

non sono stato io che ci sono andato lunedì mattina presto ...

  • Administrator

Un rimedio, non l'ho scritto perché mi sembrava ovvio, potrebbe essere quello di partecipare sistematicamente a tutti i nostri Contest, non credete ?

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