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Fotografare è da sfigati?

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Perché continuiamo a prendere sul serio qualcosa che gli altri consumano in un istante

Nel novembre del 2021 una vignetta pubblicata sul forum di Nikonland suggerì a Pedrito una domanda formulata per ridere, ma non del tutto priva di conseguenze: fotografare è diventata un’attività da sfigati? Nell’immagine il fotografo appariva carico di attrezzatura, economicamente provato e scarsamente favorito sul piano del successo sociale, mentre altri impiegavano il proprio denaro in automobili, barche e più efficaci strumenti di seduzione. La discussione prese rapidamente la direzione prevista, fra BMW vendute troppo presto, yacht, gatti, mogli comprensive e l’inevitabile constatazione che, in fondo, ognuno è libero di impiegare tempo e denaro come preferisce.

Dietro la battuta rimaneva però una questione meno frivola. Il fotografo dedica ore a studiare un soggetto, raggiungere un luogo, aspettare la luce, scegliere un’inquadratura, lavorare i file e qualche volta persino stamparli. Quando mostra il risultato, può incontrare uno sguardo perplesso: tutto qui? Il telefono avrebbe fatto una fotografia abbastanza simile, certamente più in fretta e senza portare una borsa capace di compromettere in modo permanente l’assetto della colonna vertebrale.

Cinque anni dopo non vale la pena riaprire il processo fra fotocamere e smartphone. Il telefono ha vinto da tempo come strumento universale per produrre, modificare e distribuire immagini. È sempre con noi, non richiede preparazione e restituisce risultati immediatamente gradevoli in quasi ogni situazione normale. Può inoltre essere usato con consapevolezza e produrre fotografie autentiche. Per contro, una fotocamera professionale da molte migliaia di euro può essere impiegata come un telefonino più pesante, meno socievole e decisamente più costoso.

La domanda interessante, quindi, non è quale strumento faccia fotografie migliori. È perché qualcuno continui a scegliere deliberatamente di fotografare quando tutti producono immagini e quasi nessuno attribuisce più un valore particolare all’atto di produrle.

Visti da fuori, siamo piuttosto buffi

Possiamo cominciare ammettendo l’evidenza. Il fotografo contemporaneo, osservato da una distanza ragionevole, può apparire un personaggio lievemente assurdo. Trasporta corpi macchina, obiettivi, batterie, filtri e treppiedi; consulta le previsioni, calcola la posizione del sole, raggiunge luoghi scomodi a ore poco compatibili con una vita ordinata e assume posture che nessun fisioterapista consiglierebbe. Può trascorrere una mattina intera aspettando qualcosa che non accade e tornare a casa soddisfatto perché, pur non avendo ottenuto la fotografia, ha finalmente capito dove dovrebbe mettersi la prossima volta.

In seguito osserva sul monitor centinaia di immagini che ai familiari sembrano identiche, ne sceglie dodici, ne lavora quattro e forse ne considera riuscita una. Se dispone di sufficiente fiducia nel proprio giudizio, la stampa. Se non ne dispone, acquista un nuovo monitor.

Non c’è ragione di offendersi se qualcuno trova tutto questo sproporzionato. Lo è. Ma lo sono quasi tutte le passioni quando vengono giudicate esclusivamente attraverso l’utilità del risultato. È sproporzionato coltivare una varietà difficile di rose, restaurare una motocicletta, costruire diffusori acustici, osservare gli uccelli, raccogliere vecchi dischi o ascoltare una fuga di Bach cercando di seguirne separatamente le voci. Sarebbe più efficiente comprare i fiori dal fiorista, utilizzare uno scooter moderno, ascoltare la musica con un altoparlante Bluetooth e lasciare che Bach si occupi autonomamente delle proprie fughe.

Le passioni non ottimizzano il tempo: gli danno una forma. Ciò che appare inutile a chi guarda soltanto il risultato può essere molto importante per chi vive il processo necessario a raggiungerlo.

Il fotografo diventa davvero buffo soltanto quando pretende che tutti debbano comprendere il valore di ciò che fa. Non possiamo mostrare una fotografia e allegare al giudizio del pubblico il peso della borsa, i chilometri percorsi, il costo dell’obiettivo e le ore trascorse al computer. La fatica non rende bella un’immagine e l’attrezzatura non le conferisce automaticamente importanza. Chi guarda ha il diritto di non essere colpito, così come noi abbiamo il diritto di avere trovato comunque significativa l’esperienza che l’ha prodotta.

Il risultato non è tutto ciò che resta

Nella discussione del 2021, Leo osservò che il divertimento non stava soltanto nell’ottenere una bella fotografia. Cominciava con la progettazione, continuava con il percorso fisico, la ricerca e l’attesa, e comprendeva infine la selezione e la lavorazione. Tutto faceva parte dello stesso pacchetto.

È un’osservazione essenziale. Una fotografia non è soltanto il file che sopravvive alla selezione. È anche il tempo durante il quale siamo stati costretti a osservare davvero qualcosa. Fotografare può indurci a ritornare in un luogo, a riconoscere il mutamento della luce, ad avvicinare una persona, a conoscere un animale, a notare un mestiere, un gesto o un oggetto che altrimenti avremmo attraversato senza trattenerlo.

Questo non rende automaticamente ogni fotografo più attento, sensibile o profondo. Si può usare una fotocamera senza guardare e si può osservare meravigliosamente senza possederne una. Ma la pratica fotografica offre una ragione concreta per esercitare l’attenzione. Ci chiede di decidere dove stare, che cosa includere, che cosa lasciare fuori e quale istante assumersi la responsabilità di scegliere.

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Lo smartphone non impedisce nulla di tutto questo. La distinzione non passa fra un telefono e una Nikon, ma fra registrare qualcosa e costruire consapevolmente un’immagine. Una fotocamera amplia le possibilità, permette di scegliere focali, distanze, diaframmi, tempi e qualità della luce con una libertà straordinaria. Non può però fornire l’intenzione al proprietario. Anche il più sofisticato sistema di riconoscimento del soggetto può identificare un occhio; non può dirci perché quella persona meriti di essere guardata.

Continuiamo dunque a usare fotocamere non perché ogni fotografia debba risultare visibilmente superiore a quella ottenuta con un telefono, ma perché ci piace il modo nel quale quegli strumenti ci consentono di arrivarci. L’obiettivo scelto, la distanza, la luce e il momento non sono inconvenienti tecnici frapposti fra noi e il risultato: sono il linguaggio attraverso il quale costruiamo la fotografia.

Una fotografia cerca quasi sempre qualcuno

Dire che fotografiamo per noi stessi è vero soltanto in parte. Possiamo farlo senza inseguire notorietà, consenso o denaro, ma una fotografia tende comunque a cercare un destinatario. Può essere una persona, una comunità, la famiglia, il soggetto ritratto oppure lo stesso autore in un momento successivo. Persino una stampa destinata a rimanere in casa nasce perché qualcuno possa incontrarla di nuovo.

Instagram ha dato una risposta potentissima a questo bisogno. Ha consentito a fotografi e modelle di incontrarsi, collaborare, mostrare il proprio lavoro e ricevere una reazione immediata. Per molti non è soltanto una vetrina aggiunta alla fotografia: è il luogo che rende possibile e giustifica il lavoro. Senza quella destinazione alcuni shooting non verrebbero organizzati, alcune relazioni non nascerebbero e una parte della motivazione scomparirebbe.

Non c’è nulla di particolarmente scandaloso. I musicisti cercano ascoltatori, gli scrittori lettori e i pittori pareti sulle quali collocare i propri quadri. Anche il fotografo e la modella possono avere bisogno di sapere che il risultato del loro incontro verrà visto.

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Il problema nasce quando il destinatario diventa un committente invisibile. Il fotografo non costruisce più l’immagine che desidera, ma quella che immagina possa fermare per un istante il movimento del pollice. La modella non guarda più la persona che si trova dietro la fotocamera, ma il pubblico assente al quale l’immagine verrà offerta. Formato, posa, colore e frequenza non dipendono dal lavoro, bensì dalle esigenze del flusso.

A quel punto non pubblichiamo più perché abbiamo fotografato: fotografiamo perché dobbiamo pubblicare. Le due motivazioni possono naturalmente convivere e non occorre sottoporre nessuno a un test di purezza. È sufficiente sapere quale delle due stia prendendo le decisioni.

Instagram non è responsabile della nostra vanità, né ci obbliga a produrre fotografie intercambiabili. Offre ciò per cui è stato progettato: rapidità, visibilità, continuità e reazioni misurabili. Sta a noi decidere se usarlo come destinazione di un lavoro oppure lasciare che diventi il luogo nel quale il lavoro viene preventivamente determinato.

Essere guardati non significa essere applauditi

Il bisogno di un destinatario non coincide necessariamente con quello dell’approvazione. Esistono persone che guardano, leggono e seguono il lavoro altrui senza lasciare segnali visibili. Non mettono reazioni, non commentano, non pubblicano fotografie e qualche volta non trovano nemmeno necessario presentarsi. Possono essere riservate, esitanti, insicure del proprio livello o semplicemente poco interessate alla conversazione pubblica.

In passato anche noi di Nikonland abbiamo qualche volta confuso la partecipazione con la sua manifestazione visibile. Abbiamo pensato che chi non pubblicava fotografie, non interveniva nelle discussioni o non contribuiva ai contenuti non fosse realmente presente. Abbiamo richiesto agli iscritti un livello di coinvolgimento forse troppo elevato e considerato il silenzio come una forma di disinteresse, quando poteva essere soltanto un modo diverso di frequentare il sito.

Ci assumiamo la responsabilità di questa impostazione. Nikonland è nato e cresciuto grazie a persone che hanno scritto, fotografato, commentato e messo a disposizione esperienza e competenza. È quindi comprensibile che si sia cercato di proteggere una comunità attiva e di incoraggiare chi entrava a restituire almeno una parte di ciò che riceveva. Ma una rivista non può considerare inutile il lettore silenzioso e una comunità non dovrebbe chiedere a ogni nuovo arrivato di esibire immediatamente le proprie credenziali per meritare il diritto di restare.

Il silenzio non basta, naturalmente, a mantenere vivo un luogo come questo. Servono autori, fotografie, commenti, domande e persone disposte a esporsi. Ma non tutti arrivano alla partecipazione con la stessa velocità. C’è chi entra parlando e chi osserva a lungo prima di capire se abbia qualcosa da dire. C’è chi non pubblicherà mai una fotografia ma leggerà con attenzione centinaia di articoli; chi tornerà dopo anni; chi troverà finalmente un tema nel quale riconoscersi; chi continuerà semplicemente a leggere.

Anche questa è presenza. Non produce il segnale gratificante di una risposta, ma contribuisce a dare un destinatario al lavoro pubblicato. Chi scrive per una rivista sa che la grande maggioranza dei lettori non gli scriverà mai. Non per questo scrive nel vuoto.

Dovremo quindi imparare a distinguere fra assenza e silenzio. Un account mai attivato, evidentemente falso o abbandonato da anni appartiene alla normale amministrazione di un sito. Un lettore che ritorna senza intervenire non è un account inutile da sollecitare o mettere alla prova. È una persona alla quale non abbiamo ancora offerto, oppure che non ha ancora trovato, una ragione sufficiente per uscire allo scoperto.

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Che cosa può essere Nikonland

Nikonland non può e non deve diventare un’alternativa generalista a Instagram. Non ne possiede la scala, la velocità o gli strumenti, e probabilmente perderebbe la propria identità se provasse a imitarlo. Può però offrire qualcosa che un flusso sociale difficilmente conserva: attenzione competente, contesto e durata.

Qui una fotografia può essere collegata allo strumento che l’ha resa possibile, all’idea che l’ha preceduta, alle difficoltà incontrate e alla discussione che ne è seguita. Un obiettivo può essere presentato, provato e infine utilizzato per un lavoro; una tecnica può condurre a una serie; un editoriale può generare fotografie e le fotografie possono correggere l’editoriale. Articoli, forum, blog, gallerie e contest non devono essere stanze separate, ma parti di uno stesso ambiente.

Instagram sollecita la pubblicazione. Nikonland dovrebbe sollecitare la fotografia.

Il condizionale è intenzionale. Non vogliamo dichiarare di averlo sempre fatto nel modo migliore. Talvolta abbiamo richiesto troppo: progetti impegnativi, partecipazione continua, fotografie nuove, testi, commenti e una disponibilità di tempo che non tutti possiedono. Abbiamo interpretato la selettività come garanzia di qualità, rischiando di far percepire ogni proposta come un esame e ogni silenzio come una rinuncia.

Stimolare non significa mettere sotto pressione. Un invito fotografico dovrebbe aprire una possibilità, non aggiungere un dovere. Un contest può essere divertente, ma non tutti desiderano competere; un progetto può essere significativo, ma non deve necessariamente diventare un libro; una fotografia può meritare attenzione anche senza essere accompagnata da una dichiarazione d’autore. A volte è sufficiente offrire un tema, un tempo ragionevole e la certezza che il risultato verrà guardato.

Nikonland potrebbe essere una rivista capace di trasformarsi in laboratorio e un laboratorio destinato a diventare archivio. La tecnica genera occasioni, i temi suggeriscono progetti, la comunità offre interlocutori e la redazione aiuta, quando serve, a dare forma ai risultati. Non per stabilire chi sia fotografo e chi non lo sia, ma per rendere un poco più facile il passaggio fra l’interesse e la fotografia compiuta.

Chi desidera partecipare molto deve trovare spazio. Chi preferisce contribuire una volta all’anno non dovrebbe sentirsi in difetto. Chi legge soltanto deve poterlo fare senza ricevere periodicamente la sensazione di essere un ospite tollerato. La porta può rimanere aperta senza trasformare il salotto in una stazione ferroviaria.

Dunque, fotografare è da sfigati?

Forse sì, se per “sfigato” intendiamo qualcuno disposto a investire tempo, denaro e attenzione in un’attività che non garantisce reddito, prestigio, seduzione o approvazione immediata. Il fotografo può portare una borsa pesante mentre altri viaggiano leggeri, aspettare mentre gli altri proseguono e osservare a lungo qualcosa che per quasi tutti non merita più di un’occhiata.

Non c’è però alcuna superiorità morale in questo. Possedere una fotocamera non rende migliori, più sensibili o più intelligenti. Può renderci soltanto persone che hanno scelto un particolare modo di impiegare il proprio tempo. Se quel modo ci aiuta a guardare, conoscere, incontrare e ricordare, non ha bisogno di essere giustificato davanti a chi preferisce fare altro.

Una vita dalla quale siano state eliminate tutte le attività inefficienti, sproporzionate e incomprensibili agli altri potrebbe risultare perfettamente organizzata e piuttosto povera. Continueremo quindi a portare la fotocamera, talvolta insieme a più obiettivi di quanti ne useremo, e probabilmente continueremo ad assumere posizioni poco dignitose davanti a soggetti che gli altri non hanno nemmeno notato.

Non pretendiamo che tutti capiscano. Ci basta sapere che cosa accade mentre guardiamo.

E se per qualche tempo non avremo niente da mostrare, potremo restare qui anche in silenzio.

Nel prossimo futuro di Nikonland

Dopo la pausa estiva proveremo quindi ad affiancare ai contest alcune proposte fotografiche più libere, prive di classifica e di un obbligo continuo di partecipazione. Non esercizi da svolgere per dimostrare di essere ancora attivi, ma temi, occasioni e piccoli progetti ai quali ciascuno potrà aderire quando riconoscerà qualcosa che lo riguarda, anche con una sola fotografia o con una breve serie. Ci prenderemo il tempo necessario per definirli senza trasformarli in un nuovo calendario di scadenze. L’intenzione, però, è già chiara: offrire più ragioni per fotografare e meno occasioni per sentirsi sotto esame.

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User Feedback

Recommended Comments

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Ecco, questo articolo è oro.

Hai tracciato il senso che può e deve avere la fotografia in questa stagione e nel divenire. E’ finito il tempo che ho amato tanto delle fotografia come vettore di conoscenza ed approfondimento. La conoscenza viaggia con ritmi inarrivabili e l’approfondimento non interessa più.

Detto ciò, si mi piace questo posizionamento di Nikonland. Ancora una volta fuori dal coro, contro corrente, non una sorta di caleidoscopio di immagini in cerca di like o un sito di eccellenza del best of the best, dove ogni immagine deve essere stunning e i testi degni di un poema romantico. Non uno spazio per Rambi di provincia, ma un luogo di confronto, di proposte e per quel che mi riguarda di proposte raggiungibili a basso costo, da vivere nella solitudine del numero primo per eccellenza 1, perché nel mirino della fotocamera ci va un solo occhio, e nelle mie e’ il mio.

Grazie

Antonio Biggio

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Concordo con Valerio.

Si! effettivamente vedendola da esterni è da sfigati, ma come possono esserlo altri hobby per me, solo che mentre magari prima eravamo abituati ad essere guardati con occhi diversi da chi ci osservava perché forse un pò ci invidiavano anche nel non poter possedere una fotocamera, adesso, con l'avvento degli smartphone, fanno un ragionamento completamente opposto.
Ma a dire il vero anche tra di Noi chi a volte non si domanda.....ma chi me lo fa fare? sopratutto per chi pratica fotografia all'aperto. La risposta è nella passione e nell'ossessione di voler scattare una fotografia, ed è inutile pensare di capire che altri ci comprendano, non capiranno, come Noi non capiamo loro con le loro passioni. My two cent 😉

TNTPaolo

Nikonlander
  • Nikonlander

La mia risposta è: non da sfigati, da appassionati. La stessa passione che può scatenate l' acquisto di un'auto, per un oggetto, per un'amante, ..

Se non c'è passione benissimo lo smartphone, se la passione c'è.. benissimo anche lo smartphone!

Per me, lo sfigato è chi la vita la vive senza passione o senza passioni (senza offesa per nessuno).

E nikonland resta un'oasi a parte, dove poter dare sfogo a passioni e sfighe (magari di altro tipo..)!

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