Nel 1976 si fotografava su pellicola, Photoshop non esisteva e una Nikon professionale si chiamava F2. Cinquant'anni dopo abbiamo sensori da 45 megapixel, RAW, profilazione digitale e intelligenza artificiale. E per sapere di che colore sia realmente qualcosa continuiamo a fotografare gli stessi ventiquattro quadratini.
Nel 1976 Nikon produceva la F2. La fotografia professionale era ancora saldamente legata alla pellicola, il personal computer stava appena cominciando a uscire dai laboratori degli appassionati, Photoshop non sarebbe esistito per altri tredici anni e nessuno avrebbe potuto immaginare una fotocamera capace di riconoscere autonomamente l'occhio di una persona e seguirlo a venti fotogrammi al secondo.
Nello stesso anno Calvin S. McCamy, Harold Marcus e James G. Davidson, della Macbeth — allora divisione della Kollmorgen Corporation — pubblicarono sul Journal of Applied Photographic Engineering un articolo dal titolo quasi dimesso: A Color-Rendition Chart.
Dentro c'era una matrice composta da quattro file e sei colonne.
Ventiquattro colori.
Era nato il ColorChecker.
Cinquant'anni dopo quell'oggetto esiste ancora, viene ancora prodotto e, cosa molto più importante, continua sostanzialmente a fare lo stesso lavoro.
Non perché la fotografia non sia cambiata abbastanza.
Perché il problema che risolve non è cambiato affatto.
Di che colore è, veramente?
Possiamo osservare una fotografia e dire che il bilanciamento del bianco ci sembra corretto. Possiamo decidere che una carnagione appare naturale, che un cielo è sufficientemente azzurro o che il verde dell'erba corrisponde al nostro ricordo.
Ma tutte queste valutazioni hanno un limite evidente.
Stiamo osservando il risultato senza sapere esattamente quale fosse il punto di partenza.
La genialità del ColorChecker fu precisamente questa: mettere un riferimento conosciuto dentro la fotografia.
Non una semplice collezione di bei colori.
I suoi tasselli furono studiati affinché diversi campioni rappresentassero colori appartenenti al mondo reale — pelle, vegetazione, cielo e altri soggetti naturali — con caratteristiche di riflettanza spettrale conosciute. L'obiettivo era fare in modo che il riferimento continuasse ad avere significato cambiando illuminante e sistema di riproduzione, non soltanto sotto una particolare luce. X-Rite descrive ancora oggi il principio in questi termini: i campioni rappresentativi devono riflettere la luce in maniera analoga agli oggetti naturali che rappresentano.
Questa è probabilmente la ragione fondamentale per cui un oggetto nato nell'epoca della pellicola continua ad avere senso davanti a una Nikon Z9.
Non misura la tecnologia.
Misura ciò che la tecnologia deve cercare di riprodurre.
Quattro per sei
Anche la disposizione dei ventiquattro tasselli è diventata iconica.
Ci sono colori naturali, riferimenti per le carnagioni, cielo e vegetazione, colori maggiormente saturi, primari e secondari e infine una scala di grigi dal bianco verso il nero.
A guardarli oggi sembrano quasi banali.
Ma proprio questa apparente semplicità è stata una parte importante della longevità del progetto.
Il ColorChecker non pretende di descrivere tutti i colori esistenti. Non è un campionario Pantone e non vuole esserlo.
Fornisce abbastanza punti conosciuti perché possiamo osservare come un sistema fotografico si comporta tra quei punti.
È un metro, non un'enciclopedia.
E un buon metro non diventa inutile soltanto perché abbiamo inventato strumenti più sofisticati.
Poi arrivò il digitale
Sono cambiate quasi tutte le cose che circondavano quel rettangolo colorato.
Le pellicole negative e invertibili hanno ceduto la posizione dominante ai CCD e poi ai CMOS.
Sono arrivati i file RAW, i profili ICC e DCP, le LUT, Lightroom, Capture One, Photoshop, DaVinci Resolve.
Le lampade al tungsteno hanno condiviso gli studi con flash elettronici, fluorescenti e LED dalle distribuzioni spettrali più disparate.
Le fotocamere hanno imparato a riconoscere il tipo di scena, distinguere un volto da un'automobile e calcolare automaticamente un bilanciamento del bianco sulla base di quantità enormi di informazioni.
Ma nessuna di queste tecnologie può rispondere da sola alla domanda fondamentale:
quel rosso che vedo nel file, quanto è diverso dal rosso che si trovava realmente davanti alla fotocamera?
Per rispondere serve qualcosa di cui conosciamo il colore prima ancora di fotografarlo.
E riecco comparire i nostri ventiquattro quadratini.
Più colori non significano necessariamente un’idea migliore
La cosa divertente è che nei primi anni del digitale si tentò persino di sostituire quei ventiquattro campioni con strumenti molto più complessi.
Il ColorChecker DC, per esempio, arrivò nel 2000 con 237 tasselli destinati specificamente alla caratterizzazione delle fotocamere digitali. Era più grande, più sofisticato, più completo e, almeno sulla carta, assai più adatto al nuovo mondo che stava nascendo.
Eppure non diventò il nuovo riferimento universale.
Altri strumenti, come il ColorChecker Digital SG, hanno continuato quella strada offrendo un numero maggiore di campioni e una descrizione più fitta dello spazio cromatico. Sono strumenti preziosi per la riproduzione di opere d’arte, la fotografia di prodotto, la ricerca e tutte le applicazioni nelle quali la precisione cromatica deve essere misurata con particolare rigore.
Ma il vecchio schema a ventiquattro colori è rimasto.
Perché?
Perché nella fotografia normale il riferimento migliore non è necessariamente quello che contiene più informazioni. È quello che riesce a fornire le informazioni necessarie senza trasformare ogni ripresa in un esperimento di laboratorio.
Il ColorChecker originale si appoggia davanti al soggetto, si fotografa sotto la luce effettivamente utilizzata e si toglie dall’inquadratura.
Ha già finito il suo lavoro.
Che cosa fa davvero
Un ColorChecker non rende automaticamente bella una fotografia.
Non decide quale debba essere il colore della pelle, non stabilisce quanto debba essere caldo un tramonto e non impedisce al fotografo di usare un Picture Control, una simulazione di pellicola o una regolazione dichiaratamente creativa.
Fa una cosa più modesta e, proprio per questo, più importante.
Stabilisce un punto di partenza conosciuto.
Dal file che contiene la tavola si può ricavare un profilo specifico per quella fotocamera e per quella condizione d’illuminazione. Il software confronta il colore registrato con quello atteso e costruisce le correzioni necessarie affinché i due si avvicinino.
Questo non significa che tutti i colori vengano banalmente spostati della stessa quantità.
Una fotocamera può rendere bene i toni neutri e interpretare diversamente alcuni rossi. Può essere accurata nei verdi e meno convincente nelle carnagioni. Due illuminanti apparentemente bianchi possono avere distribuzioni spettrali molto diverse e produrre risultati che un semplice bilanciamento del bianco non riesce a uniformare.
Il cartoncino grigio aiuta a stabilire che cosa sia neutro.
Il ColorChecker aiuta a comprendere che cosa accade anche a tutto il resto.
La differenza non è piccola.
Corretto non significa obbligatorio
Naturalmente non tutte le fotografie hanno bisogno della stessa precisione.
Se fotografo un prodotto destinato a un catalogo, un’opera d’arte, un tessuto, un campione industriale o una serie di riproduzioni che dovranno risultare coerenti tra loro, il riferimento cromatico è parte del lavoro.
Se fotografo un ritratto, può essere uno strumento prezioso per ottenere rapidamente una base affidabile dalla quale cominciare.
Se sto interpretando una scena secondo il mio gusto, posso deliberatamente allontanarmi da quella base.
Ma c’è una differenza sostanziale tra modificare consapevolmente un colore e tentare di correggere a occhio qualcosa di cui non abbiamo mai conosciuto il valore iniziale.
Il ColorChecker non impone la fedeltà.
La rende possibile.
Dopo, ciascuno è libero di tradirla quanto vuole.
Nikon, Adobe e tutti gli altri
Chi utilizza una Nikon dispone già di numerose interpretazioni cromatiche.
Ci sono i Picture Control Nikon, i profili costruiti dai vari programmi di sviluppo, le interpretazioni di Adobe, Capture One e degli altri convertitori, oltre alle infinite regolazioni che possiamo creare personalmente.
Nessuna di queste deve essere considerata falsa soltanto perché non coincide perfettamente con la misurazione del soggetto.
Sono interpretazioni.
Alcune cercano la neutralità, altre una resa gradevole, altre ancora tentano di riprodurre l’aspetto ottenuto dalla fotocamera. Il colore fotografico non è mai soltanto un problema di correttezza matematica: è anche una scelta industriale, estetica e culturale.
Ma, proprio quando confrontiamo due interpretazioni, un riferimento fisico diventa ancora più utile.
Ci permette di capire se stiamo osservando una differenza realmente prodotta dal sistema oppure soltanto una variazione introdotta dall’illuminazione, dall’esposizione o dal nostro adattamento visivo.
I nostri occhi sono strumenti meravigliosi.
Sono però pessimi strumenti di misura.
Si abituano in pochi istanti alla luce della stanza, compensano dominanti evidenti, modificano la percezione di un colore in funzione di quelli che lo circondano e ricordano assai male le tonalità precise.
Il ColorChecker, molto meno intelligente dei nostri occhi, ha almeno la cortesia di non cambiare opinione mentre lo stiamo fotografando.
Cinquant’anni dopo
Oggi possiamo affidare a un algoritmo il riconoscimento di una scena, la selezione del soggetto, la riduzione del rumore e perfino la ricostruzione di particolari che il sensore non aveva registrato chiaramente.
Presto l’intelligenza artificiale sarà probabilmente in grado di analizzare una fotografia e proporre automaticamente una resa cromatica plausibile sulla base del soggetto, della luce e del contesto.
Ma plausibile non significa misurata.
Un sistema intelligente può sapere come dovrebbe apparire generalmente una carnagione. Non può sapere con assoluta certezza quale fosse quella particolare carnagione, sotto quella particolare luce, in quell’istante preciso, se dentro la scena non esiste alcun riferimento conosciuto.
Più cresce la capacità delle macchine di interpretare le immagini, più diventa utile poter separare ciò che è stato osservato da ciò che è stato dedotto.
Anche per questo quei ventiquattro colori non sono diventati vecchi.
Il ColorChecker non compete con l’intelligenza artificiale, con i moderni sensori o con i sistemi di profilazione.
Fornisce loro una risposta verificabile.
Un oggetto sopravvissuto al proprio mondo
Il marchio Macbeth è diventato GretagMacbeth, poi X-Rite; oggi il ColorChecker fotografico prosegue sotto il nome Calibrite. Sono cambiate le aziende, le confezioni, le dimensioni disponibili e i programmi incaricati di leggere i suoi tasselli.
È cambiata soprattutto la fotografia.
Nel 1976 quei colori venivano impressionati su una pellicola e osservati attraverso una catena chimica e meccanica. Oggi diventano numeri dentro un file RAW, attraversano matrici, profili e trasformazioni e finiscono su schermi capaci di riprodurre spazi cromatici che allora appartenevano quasi alla fantascienza.
Ma all’inizio della catena rimane sempre la stessa domanda.
Di che colore era ciò che avevamo davanti?
Da cinquant’anni un piccolo rettangolo diviso in quattro righe e sei colonne ci aiuta a rispondere.
Ventiquattro colori.
Non sono tutti i colori del mondo.
Sono soltanto ventiquattro punti fermi dentro un mondo che continua a cambiare.
Ed è precisamente per questo che non sono ancora diventati vecchi.
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