Dal colpo dello specchio all'IBIS/VR*, dall'otturatore elettronico alla durata del lampo: perché oggi non esiste un solo «tempo di sicurezza»
Per generazioni di fotografi la regola è stata semplice: per evitare il mosso a mano libera si utilizzava un tempo almeno pari al reciproco della focale. 50mm, 1/50"; 200mm, 1/200"; 500mm, 1/500". Con qualche prudenza in più quando serviva, naturalmente. Era una regola empirica, non una legge fisica, ma funzionava abbastanza bene perché nasceva in un mondo fotografico relativamente omogeneo: pellicola, fotocamere meccaniche, nessuna stabilizzazione, otturatore a tendina e, nel caso delle reflex, uno specchio di dimensioni non trascurabili che doveva sollevarsi prima di ogni esposizione.
Quel mondo non esiste più. O meglio, esiste ancora insieme a molti altri. Possiamo fotografare con una reflex da oltre un chilogrammo nella quale specchio e otturatore producono un movimento chiaramente percepibile, oppure con una mirrorless completamente elettronica nella quale durante lo scatto non si muove nulla. Possiamo utilizzare un obiettivo privo di stabilizzazione oppure un sistema nel quale stabilizzazione ottica e sensore stabilizzato collaborano. Possiamo fotografare un edificio perfettamente immobile o una persona che respira, un gatto che gira improvvisamente la testa, una monoposto che ci passa davanti a duecento chilometri all'ora. Possiamo infine illuminare tutto con un flash, introducendo un secondo tempo di esposizione che non coincide necessariamente con quello indicato dalla fotocamera.
Continuare a parlare genericamente di «tempo di sicurezza» senza domandarsi prima che cosa stia effettivamente muovendo la fotografia rischia quindi di essere poco utile.
La vecchia regola del reciproco
La regola di 1/focale conserva ancora un valore intuitivo: aumentando la lunghezza focale, lo stesso movimento angolare della fotocamera produce uno spostamento maggiore dell'immagine sul sensore. Un 400mm richiede quindi maggiore attenzione di un 40mm. Ma già questo semplice principio deve oggi confrontarsi con la risoluzione del sensore e con il modo in cui osserviamo le fotografie.
Una piccola vibrazione che su un'immagine da 12 megapixel poteva passare inosservata può diventare evidente osservando al 100% un file da 45 megapixel. Non è cambiata la fotografia: è aumentata la nostra capacità di vedere il movimento che già esisteva. Anche la destinazione dell'immagine conta: una fotografia destinata al web, una stampa di dimensioni moderate e un crop molto spinto non pongono gli stessi requisiti.
Il reciproco della focale rimane quindi un buon punto di partenza mentale, ma non può più essere considerato una risposta. Prima dobbiamo capire quale macchina stiamo utilizzando, come viene effettuata l'esposizione e, soprattutto, che cosa abbiamo davanti.

Reflex: quando si muove anche la fotocamera
Una reflex introduce nel momento dello scatto una componente che oggi tendiamo facilmente a dimenticare: la macchina stessa genera vibrazioni.
Prima dell'esposizione lo specchio deve sollevarsi rapidamente. Subito dopo entra in gioco l'otturatore. Nelle macchine completamente meccaniche la prima tendina parte scoprendo il sensore e la seconda termina l'esposizione. Sono masse relativamente piccole, ma si muovono rapidamente all'interno di un sistema che vorremmo perfettamente immobile.
Lo mirror shock e lo shutter shock non sono concetti inventati per alimentare discussioni da laboratorio. A determinate combinazioni di focale e tempo possono contribuire realmente alla perdita di dettaglio, soprattutto con sensori ad alta risoluzione e quando la fotocamera è rigidamente vincolata a un supporto.
È anche per questo che sono nate funzioni come il sollevamento preventivo dello specchio e il ritardo dell'esposizione. Non erano raffinatezze destinate esclusivamente alla fotografia scientifica: servivano semplicemente a lasciare che le vibrazioni prodotte dalla macchina si smorzassero prima dell'apertura dell'otturatore.
Con una reflex, quindi, il fotografo non deve controllare soltanto il proprio movimento e quello del soggetto. Deve ricordarsi che al momento dello scatto qualcosa si muove anche dentro la macchina.
La prima tendina elettronica
La prima tendina elettronica, EFCS, rappresenta uno dei passaggi intermedi più interessanti di questa evoluzione. L'esposizione non comincia più con il movimento fisico della prima tendina: viene avviata elettronicamente sul sensore e soltanto la seconda tendina interviene meccanicamente per terminarla.
Il vantaggio è evidente: viene eliminata una delle sorgenti di vibrazione proprio all'inizio dell'esposizione. Nelle situazioni in cui lo shutter shock potrebbe diventare significativo, la differenza può essere concreta.
Ma è importante distinguere i fenomeni. La prima tendina elettronica può eliminare il movimento della prima tendina; su una reflex non può eliminare lo specchio. Se quello deve sollevarsi, la sua massa continuerà inevitabilmente a muoversi.
EFCS non è quindi una formula magica contro ogni forma di micromosso. È uno strumento che elimina una specifica sorgente meccanica di vibrazione. Sapere quale è già un buon modo per utilizzarlo consapevolmente.
Mirrorless: una variabile in meno
Con la mirrorless lo specchio scompare e con esso scompare una delle principali masse in movimento durante lo scatto. Se utilizziamo ancora l'otturatore meccanico rimane possibile lo shutter shock; con EFCS eliminiamo anche il movimento iniziale della prima tendina; con un otturatore completamente elettronico, infine, durante l'esposizione non si muove più alcuna parte meccanica della fotocamera.
Questo non significa automaticamente fotografie ferme.
Abbiamo eliminato il movimento prodotto dalla macchina, non quello prodotto dal fotografo. Respirazione, postura, pressione sul pulsante di scatto, oscillazione delle braccia e modo di sostenere un teleobiettivo continuano ad avere conseguenze. Con focali lunghe basta pochissimo.
Ma il problema è diventato più semplice: abbiamo progressivamente tolto alcune delle cause che contribuivano al mosso.
Poi è arrivata la stabilizzazione.

IBIS e VR: posso stabilizzare me, non te
La stabilizzazione ottica e quella sul sensore hanno modificato radicalmente il concetto stesso di fotografia a mano libera. In condizioni favorevoli possiamo oggi ottenere immagini perfettamente utilizzabili con tempi che un fotografo cresciuto con una reflex non stabilizzata avrebbe semplicemente evitato.
Con un grandangolare o un normale stabilizzato, fotografare un soggetto statico a 1/15" non rappresenta più necessariamente un'impresa. Con sistemi particolarmente efficaci possiamo scendere ancora. Anche con i teleobiettivi moderni il VR permette risultati a mano libera che un tempo avrebbero richiesto tempi molto più rapidi o un supporto.
Ma questa capacità straordinaria rischia di generare un equivoco altrettanto grande.
IBIS e VR stabilizzano il sistema fotografico. Non stabilizzano il soggetto.
Posso fotografare una statua a 1/15" e ottenere ogni dettaglio perfettamente inciso. Metto una persona nello stesso punto e quello stesso tempo può diventare inutilizzabile. La persona respira, sposta impercettibilmente la testa, muove gli occhi, cambia espressione. Il sistema di stabilizzazione può mantenere perfettamente fermo il sensore rispetto all'immagine proiettata dall'obiettivo, ma non può impedire che quell'immagine cambi mentre il soggetto si muove.
Questa è probabilmente la distinzione più importante di tutto il discorso: il tempo necessario a evitare il mosso della fotocamera e il tempo necessario a congelare il soggetto sono due cose differenti.
Prima domanda: che cosa si sta muovendo?
A questo punto la vecchia regola del reciproco può essere sostituita non da una nuova regola, ma da una domanda.
Che cosa si sta muovendo?
Se fotografo un paesaggio con una mirrorless stabilizzata, il limite può essere determinato quasi esclusivamente dalla mia capacità di tenere la macchina e dall'efficienza del sistema IBIS/VR. Se fotografo una persona, il limite sarà probabilmente imposto prima dal soggetto. Se fotografo un animale, anche apparentemente immobile, dovrò considerare movimenti improvvisi della testa, degli occhi o del corpo. Se fotografo sport, la stabilizzazione potrà aiutarmi a mantenere stabile l'inquadratura, ma sarà il movimento dell'atleta, dell'automobile o dell'animale a determinare il tempo necessario.
Non esiste quindi un valore universalmente «sicuro». Esiste un tempo adeguato al movimento che vogliamo controllare.
E qualche volta non vogliamo controllarlo affatto. Nel panning automobilistico, per esempio, utilizziamo deliberatamente un tempo molto più lento di quello necessario a congelare il soggetto perché vogliamo che una parte del movimento rimanga visibile. In quel caso ciò che in un'altra fotografia sarebbe un difetto diventa linguaggio.
Risoluzione: più megapixel, più attenzione
L'aumento della risoluzione ha reso tutto questo più evidente. Una fotocamera da 45 o 60 megapixel non genera magicamente più micromosso di una da 12 o 24 megapixel. Lo registra meglio.
La distinzione è importante.
Se l'immagine proiettata dall'obiettivo si sposta durante l'esposizione, lo spostamento esiste indipendentemente dal numero di pixel. Un sensore più denso dispone semplicemente di una capacità maggiore di descriverlo. Da qui nasce l'impressione che le macchine ad alta risoluzione richiedano tempi più rapidi.
In termini pratici l'impressione è corretta: se vogliamo sfruttare realmente tutta la risoluzione disponibile dobbiamo essere più rigorosi. Ma non dobbiamo trasformarla nell'ennesima formula. La dimensione finale dell'immagine, il crop, la focale, la distanza e il tipo di soggetto continuano a contare.
La domanda corretta non è «quanti megapixel ha la mia macchina?», ma «quanto dettaglio voglio realmente conservare in questa fotografia?»
E gli ISO?
Personalmente preferisco considerare la sensibilità una decisione preventiva e non una variabile da affidare automaticamente alla macchina. Questo vale ancora di più con i moderni sensori dual gain, nei quali conoscere il comportamento del sensore permette di scegliere consapevolmente la zona di amplificazione nella quale vogliamo lavorare.
Non intendo trasformare questa preferenza in una regola universale. Auto ISO può essere estremamente utile in molte situazioni operative e per molti fotografi. Ma nel mio modo di lavorare preferisco stabilire prima gli ISO, scegliere il tempo necessario a controllare il movimento e utilizzare il diaframma in funzione della fotografia che voglio ottenere.
ISO, tempo e diaframma non sono tre numeri che la macchina deve semplicemente far tornare. Sono tre decisioni fotografiche con conseguenze differenti.
Ed è proprio per questo che non vorrei che il tempo diventasse la variabile dimenticata soltanto perché la fotocamera dispone di una stabilizzazione eccezionale.
Perché io non uso più Auto ISO, nemmeno con la D6
Per molti fotografi Auto ISO è una delle funzioni più utili introdotte dalle fotocamere digitali e non ho alcuna intenzione di sostenere il contrario. Permette di stabilire tempo e diaframma lasciando alla macchina il compito di adeguare continuamente la sensibilità alla luce disponibile, ed è particolarmente efficace nelle situazioni rapidamente variabili. Semplicemente, non corrisponde più al mio modo di fotografare. Nemmeno quando uso la Nikon D6.
Preferisco considerare la sensibilità come uno dei prerequisiti della fotografia e non come la variabile che la macchina utilizza per chiudere automaticamente il triangolo dell'esposizione. Prima di cominciare scelgo gli ISO in funzione della luce disponibile, del sensore che sto utilizzando e del risultato che voglio ottenere; successivamente scelgo il tempo necessario a controllare il movimento e il diaframma richiesto dalla fotografia. Se le condizioni cambiano, cambio gli ISO. Voglio però essere io a sapere quando e perché li sto cambiando.
Con i moderni sensori dual gain questa impostazione ha per me ancora più senso. Conoscere il punto nel quale interviene il secondo stadio di guadagno permette di ragionare per zone operative anziché considerare ISO 64, 100, 320, 800 o 1600 come semplici gradini di una scala continua affidata all'automatismo. Non significa naturalmente che si debba fotografare soltanto a determinate sensibilità, ma che conoscere il comportamento del proprio sensore consente di scegliere consapevolmente dove farlo lavorare.
La D6 rappresenta per me una conferma interessante proprio perché non appartiene alla generazione delle mirrorless ad altissima risoluzione e possiede una straordinaria capacità di lavorare ad alte sensibilità. Auto ISO sarebbe quindi perfettamente naturale su una macchina nata per il fotogiornalismo, lo sport e tutte quelle situazioni nelle quali la luce può cambiare rapidamente. Eppure non lo utilizzo più nemmeno lì. Preferisco impostare deliberatamente ISO 400, 800, 1600 o ciò che considero opportuno e costruire attorno a quella scelta l'esposizione.
Non è sfiducia nell'esposimetro e nemmeno rifiuto degli automatismi. È semplicemente una questione di responsabilità fotografica: se la sensibilità influenza il file che sto producendo, preferisco che quella decisione rimanga mia.
Naturalmente esistono situazioni nelle quali Auto ISO può essere più rapido, più efficace e persino più sicuro della regolazione manuale. Chi fotografa eventi, reportage, sport o soggetti che attraversano continuamente zone di illuminazione differente può avere ottime ragioni per utilizzarlo. Non propongo quindi questa scelta come modello universale.
È soltanto il mio metodo.
Prima decido a quali ISO voglio lavorare. Poi scelgo il tempo necessario a ciò che si muove. Infine il diaframma appartiene all'immagine che voglio ottenere.
Se una di queste condizioni cambia, intervengo io. È un'operazione che richiede una frazione di secondo, ma mi mantiene consapevole di ciò che la fotocamera sta facendo.
Perché una cosa è utilizzare un automatismo dopo aver deciso di delegargli una scelta. Un'altra è scoprire dopo lo scatto quale scelta abbia fatto al posto nostro.

Poi arriva il flash e cambia tutto
Fin qui abbiamo implicitamente parlato di luce continua. Con il flash entra in scena un fenomeno differente, perché il tempo impostato sull'otturatore può non essere il vero tempo che congela il movimento.
Immaginiamo di fotografare a 1/125". Se la scena è illuminata quasi esclusivamente da un lampo che dura effettivamente 1/2000", il soggetto non viene congelato principalmente da quel centoventicinquesimo di secondo. Viene illuminato per una frazione molto più breve e sarà quindi la durata del lampo a determinare quanto movimento viene registrato.
È un concetto fondamentale perché nella fotografia flash convivono due esposizioni: quella dovuta alla luce ambiente e quella prodotta dal flash.
Se la luce ambiente è trascurabile, il lampo può diventare il vero otturatore della fotografia.
Se invece la luce ambiente contribuisce significativamente, il sensore continuerà a registrare il soggetto durante tutto il tempo nel quale l'otturatore rimane aperto.
Possiamo così ottenere contemporaneamente un'immagine nitida prodotta dal lampo e una traccia di movimento prodotta dalla luce continua.
Quello che normalmente chiameremmo mosso può diventare ancora una volta una scelta espressiva.
La durata del lampo
Nemmeno il flash possiede però una durata unica e immutabile. Nei flash elettronici tradizionali la durata dell'emissione varia con la potenza impostata e, spesso, riducendo la potenza il lampo diventa considerevolmente più breve.
Questo produce un risultato apparentemente paradossale: un flash utilizzato a bassa potenza può congelare un movimento meglio dello stesso flash utilizzato alla massima potenza.
È anche una delle ragioni per cui, quando occorre congelare movimenti estremamente rapidi, può essere vantaggioso utilizzare più unità flash a potenza ridotta invece di chiedere a una sola unità di lavorare al massimo.
Per valutare correttamente questa capacità bisogna inoltre distinguere fra i valori t.5 e t.1. Il primo considera la porzione dell'emissione superiore al 50% del picco; il secondo estende la misura fino al 10% ed è generalmente più rappresentativo della durata effettivamente significativa ai fini fotografici. Due flash pubblicizzati con valori t.5 apparentemente spettacolari possono comportarsi diversamente quando osserviamo il più severo e utile valore t.1.
Ancora una volta, non basta leggere un numero: bisogna sapere che cosa quel numero misura.
t.1 e t.5: che cosa significano?
Il lampo di un flash non si accende e si spegne istantaneamente: raggiunge rapidamente un picco di luminosità e poi decade progressivamente. t.5 misura il tempo durante il quale l'emissione rimane superiore al 50% della potenza massima; t.1 estende invece la misura fino al 10%, comprendendo quindi una parte molto maggiore della coda del lampo.
Per questo t.1 è il valore più utile per valutare la reale capacità del flash di congelare il movimento: un t.5 di 1/5000 s può sembrare straordinario, ma il lampo può continuare a emettere luce fotograficamente significativa ben oltre quel tempo.
In breve: t.5 descrive soprattutto il picco del lampo; t.1 descrive molto meglio la sua durata fotografica effettiva.
Sincronizzazione e HSS
Con un otturatore a tendina esiste poi la velocità massima alla quale l'intero sensore rimane contemporaneamente scoperto. Oltre quella soglia la seconda tendina comincia a chiudere il fotogramma prima che la prima abbia terminato il proprio percorso, formando una fessura che attraversa progressivamente il sensore.
Un singolo lampo tradizionale non potrebbe illuminare uniformemente tutto il fotogramma in queste condizioni.
La sincronizzazione ad alta velocità, HSS, risolve il problema facendo emettere al flash una rapidissima successione di impulsi durante il passaggio della fessura. È una soluzione estremamente utile, ma non equivale semplicemente a utilizzare un normale flash a 1/4000".
Cambiano l'efficienza energetica, la potenza disponibile, la portata e anche il modo in cui l'emissione luminosa interagisce con il movimento. Quando utilizziamo HSS dobbiamo quindi ragionare nuovamente sul rapporto fra tempo dell'otturatore, luce ambiente e contributo del flash.
Il flash apre insomma un panorama tutto suo, nel quale parlare genericamente di «tempo di sicurezza» diventa ancora meno significativo.
Non sempre vogliamo fermare tutto
C'è infine un aspetto che vale la pena ricordare, soprattutto in un'epoca nella quale nitidezza assoluta e assenza di movimento sembrano essere diventate automaticamente sinonimo di qualità.
Il mosso non è necessariamente un errore.
Una monoposto perfettamente congelata a 1/4000" può sembrare parcheggiata sull'asfalto. La stessa automobile accompagnata a 1/60" può trasmettere una sensazione di velocità infinitamente superiore. Una persona illuminata dal flash durante una lunga esposizione può apparire nitida dentro una scia di movimento. Un musicista può essere descritto attraverso il movimento delle mani anziché nonostante quel movimento.
Il controllo tecnico non consiste quindi nell'eliminare sempre il mosso.
Consiste nel decidere quanto movimento vogliamo lasciare nella fotografia.
Una domanda, non una nuova regola
Non vorrei sostituire la vecchia regola di 1/focale con una nuova tabella di tempi consigliati. Sarebbe soltanto cambiare una semplificazione con un'altra.
Preferisco una sequenza di domande.
Si muove la fotocamera? Dobbiamo considerare impugnatura, supporto, focale, specchio, otturatore, EFCS, IBIS e VR.
Si muove il soggetto? Sarà soprattutto il suo movimento a determinare il tempo necessario.
Stiamo utilizzando il flash? Dobbiamo capire quanto dell'esposizione provenga dalla luce ambiente, quanto dal lampo e quale sia la durata reale di quel lampo.
Vogliamo congelare il movimento oppure mostrarlo? Perché soltanto dopo aver risposto possiamo sapere se un tempo rapido sia davvero migliore di uno lento.
La fotografia digitale ci ha dato stabilizzatori straordinari, sensori ad altissima risoluzione, otturatori elettronici e flash sofisticatissimi. Sarebbe curioso utilizzare tutta questa tecnologia continuando ad applicare senza pensarci una regola nata quando nessuna di queste cose esisteva.
Il tempo di sicurezza non è uno solo, perché non esiste un solo movimento da controllare. Prima di scegliere il tempo, chiediamoci chi — o che cosa — sta muovendo la fotografia.
(*) VR per Nikon, IBIS per il resto del mondo. Usiamo i due termini confondendoli ma sono la stessa cosa.
Nota per i Nikonisti più ortodossi: nel testo utilizziamo talvolta il termine universale IBIS (In-Body Image Stabilization) per indicare la stabilizzazione sul sensore. In casa Nikon questa funzione appartiene naturalmente al sistema VR (Vibration Reduction), che può operare nel corpo macchina, nell'obiettivo o attraverso la loro cooperazione. Nessuna Nikon è diventata Sony durante la stesura di questo articolo. 😅
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