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An Evening with Marilyn : il ritratto come incontro tra persone

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Douglas Kirkland e il ritratto come incontro

Ci sono libri che si consultano quando serve una data, una fotografia o un riferimento tecnico. Altri finiscono per essere aperti quasi senza un motivo preciso, semplicemente perché, ogni volta, hanno qualcosa di nuovo da raccontare. An Evening with Marilyn appartiene a questa seconda categoria.

Non è un volume da leggere tutto d'un fiato. Si prende dallo scaffale, si appoggia sul tavolo, si apre in una pagina qualsiasi. Poi accade una cosa curiosa. Le fotografie, invece di esaurirsi nello spazio di uno sguardo, chiedono tempo. Non perché siano complesse o enigmatiche, ma perché sembrano conservare qualcosa che va oltre ciò che mostrano. È una sensazione difficile da spiegare, la stessa che si prova davanti a una stampa ben eseguita: l'immagine è immobile, eppure continua lentamente a rivelare dettagli, relazioni, intenzioni.

Il titolo promette una serata con Marilyn Monroe. È naturale affrontare il libro con questa aspettativa. Dopotutto stiamo parlando di una delle donne più fotografate del Novecento, di un volto che appartiene all'immaginario collettivo molto più di quanto appartenga alla storia del cinema. Eppure, dopo poche pagine, l'attenzione si sposta quasi senza accorgersene.

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Marilyn rimane al centro delle fotografie.

Ma il protagonista del libro diventa un altro.

Diventa il fotografo.

Non nel senso più ovvio del termine. Douglas Kirkland compare appena, quasi sempre attraverso i suoi ricordi, qualche annotazione e il racconto di quella sera del novembre 1961. La sua presenza, però, è ovunque. Si avverte nel modo in cui le immagini si susseguono, nella distanza mantenuta dall'obiettivo, nella naturalezza delle espressioni, persino nei silenzi che sembrano separare uno scatto dall'altro. Più si sfogliano le pagine e più diventa evidente che il libro non documenta semplicemente una sessione fotografica. Racconta il modo in cui quella sessione è nata.

È una distinzione importante, forse la più importante.

Nella fotografia di ritratto si parla spesso di luce, di obiettivi, di focali, di schemi di illuminazione. È inevitabile: fanno parte del mestiere e rappresentano gli strumenti con cui ogni fotografo costruisce il proprio linguaggio. Molto più raramente ci si sofferma, invece, su ciò che precede la fotografia. Eppure, osservando con attenzione le pagine di An Evening with Marilyn, si ha l'impressione che il momento decisivo non coincida mai con quello in cui viene premuto il pulsante di scatto.

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La fotografia sembra essere arrivata per ultima.

Prima ci sono state le parole.

Il tempo.

L'attesa.

La curiosità reciproca.

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La volontà di creare un ambiente nel quale una donna, abituata da anni a vivere sotto gli occhi del mondo, potesse concedersi qualche ora senza dover interpretare il personaggio che tutti si aspettavano di incontrare.

Quando LOOK Magazine affidò a Douglas Kirkland quell'incarico, il fotografo aveva soltanto ventisette anni. Aveva lasciato da poco lo studio di Irving Penn, dove aveva imparato un modo rigoroso di osservare le persone prima ancora di fotografarle. Non era ancora il professionista celebrato che avrebbe attraversato mezzo secolo di cinema americano raccontandone attori, registi e produzioni. Era un giovane fotografo che si trovava improvvisamente davanti a un'occasione irripetibile.

Anche questo contribuisce a rendere il libro così interessante.

Oggi, conoscendo la carriera di Kirkland, siamo naturalmente portati a leggere quella serata come una tappa inevitabile del suo percorso. In realtà non lo era affatto. Era un incarico importante, certamente, ma ancora immerso nelle incertezze di una professione che stava appena prendendo forma. Forse è anche per questo che, sfogliando il volume, si avverte una straordinaria assenza di compiacimento. Kirkland non sembra voler dimostrare di essere all'altezza della situazione. Piuttosto, cerca di capire chi abbia davanti.

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Le fotografie restituiscono proprio questa sensazione.

Non cercano continuamente l'effetto.

Non sembrano costruite per stupire.

Non rincorrono la teatralità, nonostante il soggetto avrebbe quasi imposto quella strada.

Anzi, colpisce il contrario. Più Marilyn Monroe emerge come icona assoluta della cultura americana, più Douglas Kirkland sembra sottrarla, con delicatezza, a quella rappresentazione. Le fotografie conservano intatta la sua eleganza, il suo fascino, la sua sensualità, ma lasciano spazio anche a qualcosa di più fragile, quasi domestico, che raramente compare nelle immagini ufficiali di quegli anni.

È probabilmente questo l'aspetto che continua a renderle moderne.

Negli ultimi decenni la fotografia di ritratto ha conosciuto un'evoluzione tecnica impressionante. Sensori ad altissima risoluzione, autofocus capaci di seguire l'occhio con precisione quasi infallibile, sistemi di illuminazione sofisticati e strumenti di postproduzione che consentono interventi impensabili fino a pochi anni fa. Tutto questo ha elevato il livello medio delle immagini, ma non ha modificato la natura del ritratto.

Quella continua a dipendere da altro.

Guardando An Evening with Marilyn non viene spontaneo domandarsi quale attrezzatura sarebbe davvero indispensabile per realizzare fotografie simili. La risposta non è così scontata come potrebbe sembrare. Le luci possono cambiare, così come le fotocamere e le pellicole. Cambiano perfino i gusti estetici di un'epoca. Rimane invece sorprendentemente costante la qualità della relazione che il fotografo riesce a instaurare con il soggetto.

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È una caratteristica che accomuna molti grandi ritrattisti del Novecento. Irving Penn, Richard Avedon, Yousuf Karsh, Arnold Newman, Philippe Halsman: osservando i loro lavori si percepisce sempre che la fotografia è il punto di arrivo di un processo più lungo, non il suo inizio. L'immagine registra qualcosa che è già accaduto. La fiducia, la curiosità, talvolta perfino la complicità, precedono quasi sempre lo scatto.

Kirkland sembra averlo compreso molto presto.

Forse proprio gli anni trascorsi accanto a Penn gli avevano insegnato che il ritratto non consiste nel convincere qualcuno a lasciarsi fotografare, ma nel creare le condizioni perché dimentichi, almeno per qualche istante, la presenza della macchina fotografica.

Riguardando oggi quel libro, viene quasi da sorridere pensando a quante discussioni contemporanee ruotino attorno alla scelta dell'obiettivo ideale per il ritratto. Ottantacinque millimetri, centocinque, centotrentacinque. Sfocati, microcontrasto, resa della pelle, carattere dello sfondo. Sono argomenti interessanti, naturalmente, e chi ama la fotografia continuerà a discuterne con piacere. Ma libri come An Evening with Marilyn ricordano con discrezione che nessuna di queste scelte, da sola, è in grado di trasformare una fotografia in un ritratto destinato a rimanere.

La differenza, quasi sempre, è già avvenuta prima.

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Quando si richiude il volume resta la sensazione di avere osservato qualcosa che va oltre una celebre seduta fotografica. Non tanto perché Marilyn Monroe continui ancora oggi ad affascinare milioni di persone, quanto perché Douglas Kirkland, senza dichiararlo esplicitamente, finisce per raccontare il lato meno visibile del proprio mestiere. Quello che non compare nei dati EXIF, non entra nelle specifiche di una fotocamera e difficilmente trova spazio nei manuali.

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Forse è proprio questa la ragione per cui, a distanza di oltre sessant'anni, An Evening with Marilyn continua a essere un libro attuale. Non insegna come fotografare Marilyn Monroe. Quella era un'occasione irripetibile. Suggerisce invece un atteggiamento, un modo di avvicinarsi alle persone, una pazienza che la fotografia digitale, con tutta la sua straordinaria efficienza, rischia talvolta di farci dimenticare.

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Ed è una lezione che ogni fotografo di ritratto può ancora portare con sé, la prossima volta che entrerà in studio. Non per imitare Douglas Kirkland, ma per ricordarsi che, prima di ogni fotografia destinata a durare nel tempo, esiste sempre un incontro. E che quel momento, invisibile a chi guarderà l'immagine finita, è forse il più importante di tutti.

Da ricordare

«A good photograph is one that communicates a fact, touches the heart and leaves the viewer a changed person for having seen it.» (*)
Irving Penn
(*) «Una buona fotografia è quella che comunica un fatto, tocca il cuore e lascia cambiato chi la guarda.»


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Nota finale dell'Editore

Marilyn Monroe, in queste pagine, è stata un pretesto. Così come lo è stata la storia del giovane Douglas Kirkland chiamato a fotografare una donna che il mondo intero credeva già di conoscere.
L'intenzione era un'altra: provare a raccontare il ritratto allontanandosi, almeno per una volta, dalle abituali considerazioni sulla tecnica, sulla luce, sugli obiettivi o sulla postproduzione.

Perché un ritratto non nasce quando il fotografo porta la macchina all'occhio.
Nasce molto prima. Nasce nell'incontro tra due persone.

La fotografia è ciò che rende memorabile quell'incontro.

User Feedback

Recommended Comments

  • Administrator
  1. La fotografia nasce nel mirino.

  2. Il JPG non è il mio nemico (è quello che vedo a mirino)

  3. Il sensore cambia marcia, non il fotografo che deve essere presente in tutto ciò che fa e che succede

  4. Il ritratto è un incontro tra persone.

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