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A Nikon non mancano obiettivi. Mancano idee nuove !

Il sistema Nikon Z dispone ormai di quasi tutti gli obiettivi che un fotografo ragionevole potrebbe desiderare. Ci sono zoom professionali di qualità straordinaria, fissi luminosi praticamente irreprensibili, teleobiettivi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati incompatibili con le leggi della fisica, piccoli obiettivi economici sorprendentemente buoni e perfino qualche pezzo da esposizione capace di ricordarci che, quando vuole, Nikon sa ancora mettere soggezione al resto dell’industria.

Non manca quasi nulla. Ed è proprio questo il problema.

Perché una gamma può essere completa senza essere davvero sorprendente. Può coprire ogni focale, soddisfare ogni genere fotografico, superare brillantemente ogni prova di laboratorio e tuttavia non suggerire una sola fotografia che prima non avessimo già pensato di fare.

Thom Hogan, in un recente intervento, si è domandato quale Nikkor Z possa essere considerato veramente unico rispetto a quanto offrono gli altri sistemi. La sua risposta è il 58mm f/0.95 Noct, seguito a una certa distanza dal 135mm f/1.8 Plena, dai 600 e 800mm f/6.3 PF e da qualche zoom dalle escursioni inconsuete. La conclusione è che Nikon, nel passaggio dall’innesto F allo Z, abbia preferito perfezionare formule sicure anziché inventarne di nuove.

È difficile dargli torto. Ma forse la questione è persino più grave.

Il monumento che nessuno può portarsi dietro

Il Noct è certamente unico. È anche manuale, enorme, pesantissimo, costosissimo e destinato a una quantità di fotografi così ridotta da poterli probabilmente riunire tutti nella stessa sala. È un’impresa ottica autentica, un oggetto magnifico e una dimostrazione quasi arrogante delle possibilità offerte dall’innesto Z. Ma è soprattutto un monumento eretto da Nikon a se stessa.

Il Noct dimostra ciò che Nikon sarebbe capace di fare. Non ciò che intende fare normalmente per noi.

È una concept car munita di targa, costruita per dimostrare che il motore funziona, senza alcuna reale intenzione di incontrarla nel traffico. La si ammira, la si fotografa, la si prova per qualche ora quando qualcuno ce ne presta una, poi si torna a casa con il 50mm f/1.8 S.

Il Plena è un caso diverso e molto più interessante, perché dietro il suo nome e la sua costruzione si riconosce almeno un’idea precisa dell’immagine. Non è semplicemente un 135mm molto nitido: è un obiettivo progettato per distribuire nitidezza e sfocato secondo una particolare intenzione estetica. Ma rimane pur sempre un 135mm f/1.8, cioè una combinazione ben conosciuta e già presente nei cataloghi altrui. Nikon l’ha interpretata magnificamente, forse meglio di chiunque altro, ma non l’ha inventata.

Anche i superteleobiettivi PF sono capolavori di ingegneria applicata. Il 600mm f/6.3 e l’800mm f/6.3 consentono di portare sul campo focali un tempo riservate a obiettivi molto più ingombranti, pesanti e costosi. Il 400mm f/2.8 con moltiplicatore incorporato è probabilmente uno dei teleobiettivi più completi mai concepiti. Ma si tratta ancora di risposte eccezionali a domande che conoscevamo già.

Nikon oggi risponde benissimo. È nel formulare nuove domande che sembra avere perso un po’ della propria insolenza.

Prima gli obiettivi suggerivano fotografie

Nella storia Nikon non sono mancati gli obiettivi insoliti. Hogan ricorda giustamente il 70-180mm Micro-Nikkor, il 200mm f/4 Micro, i fisheye, i decentrabili PC-E, il 180mm f/2.8 e il 180-400mm f/4 con moltiplicatore incorporato. Alcuni ebbero un grande successo, altri rimasero strumenti specialistici, ma tutti nascevano da un’esigenza fotografica riconoscibile.

Il 70-180mm Micro non era semplicemente uno zoom al quale era stata aggiunta la parola “Micro”. Permetteva di cambiare l’inquadratura senza modificare continuamente la distanza dal soggetto, un vantaggio concreto nella fotografia ravvicinata. Il 200mm Micro consentiva di lavorare mantenendo spazio tra fotografo, luce e soggetto. Il 180mm f/2.8 offriva quasi la portata di un 200mm luminoso senza costringere a portare uno zoom professionale. I PC-Nikkor non servivano a riempire una casella del catalogo, ma ad affrontare immagini che con un obiettivo normale non potevano essere realizzate nello stesso modo.

Erano strumenti nati pensando alle fotografie, non al confronto delle specifiche.

A questi aggiungerei obiettivi che non furono necessariamente i primi o gli unici della propria categoria, ma che possedevano un’identità Nikon inequivocabile. Il 105mm f/2.5, il 105mm f/2 DC, il 58mm f/1.4G, il 105mm f/1.4E, lo stesso 180mm f/2.8: obiettivi differenti per epoca, progetto e destinazione, accomunati dal fatto che dietro ciascuno si poteva riconoscere un’idea di fotografia.

Non erano perfetti in tutto. Proprio per questo erano riconoscibili.

Oggi Nikon sembra invece aver deciso che ogni obiettivo debba essere nitido fino agli angoli, corretto, lineare, silenzioso, resistente al controluce, privo di aberrazioni e possibilmente incapace di mettere in imbarazzo chi fotografa muri di mattoni. È una scelta tecnicamente ineccepibile. Ma se l’obiettivo ideale è quello al quale non si può rimproverare nulla, prima o poi avremo un catalogo pieno di obiettivi ai quali non sapremo attribuire nemmeno una personalità.

Abbiamo davvero bisogno di un altro 50mm?

Nel sistema Z troviamo il 40mm f/2, il 50mm f/1.8 S, il 50mm f/1.4, il 50mm f/1.2 S e il 58mm f/0.95 Noct. Se desideriamo un obiettivo normale, Nikon ci offre tutte le gradazioni comprese tra il piccolo, l’economico, l’eccellente, il gigantesco e l’irragionevole.

Poi si passa direttamente all’85mm.

Anche qui possiamo scegliere tra il ragionevole 85mm f/1.8 S e il maestoso 85mm f/1.2 S. Dopo di loro arriva il 105mm Micro, che è un magnifico obiettivo macro ma non diventa per questo l’erede dei grandi 105mm Nikon da ritratto. Quindi compare il Plena, splendido, luminoso e già pienamente inserito nella tradizione del 135mm.

Nel mezzo manca proprio quella focale che Nikon aveva contribuito a trasformare in un linguaggio: il 105mm da ritratto.

Non stiamo chiedendo un 105mm f/1.4 Z perché sulla mensola sia rimasto uno spazio vuoto tra l’85 e il 135. Lo chiediamo perché il 105mm stabilisce una relazione con il soggetto diversa da entrambe. Consente di mantenere una distanza naturale, isola senza cancellare completamente l’ambiente, comprime senza schiacciare e permette al volto di conservare presenza senza acquistare la teatralità del 135mm.

Nikon dovrebbe conoscere questa focale meglio di chiunque altro. Eppure, dopo aver prodotto il 105/2.5, il 105/2 DC e il 105/1.4E, sembra essersene dimenticata. Possiamo acquistare un 50mm in quasi ogni luminosità concepibile, ma non un solo 105mm Z autofocus pensato prima di tutto per il ritratto.

Forse qualche foglio di calcolo ha stabilito che ne venderanno pochi. Sarebbe interessante sapere quanti fotografi abbiano invece richiesto un 58mm manuale da quasi due chili.

Nel frattempo Sigma ha smesso di chiedere permesso

Sigma è stata a lungo considerata l’alternativa: l’obiettivo compatibile, spesso meno costoso, qualche volta sorprendentemente buono, scelto quando l’originale risultava troppo caro o semplicemente non disponibile.

Quella Sigma non esiste più.

Il 105mm f/1.4 Art non era una versione economica del Nikon. Era una dichiarazione di guerra costruita con vetro, metallo e nessuna particolare preoccupazione per le vertebre del fotografo. Il 135mm f/1.4 Art ha spinto oltre una focale che tutti ritenevano ormai stabilizzata a f/1.8. Il 200mm f/2 ha riportato in vita una categoria che Nikon aveva abbandonato nel passaggio alle mirrorless. Sigma non sta più aspettando di vedere che cosa producano Nikon, Canon e Sony per offrirne una copia a prezzo inferiore. Sta cominciando a occupare gli spazi che i costruttori di fotocamere lasciano incustoditi.

Adesso circola una voce, mai confermata, secondo cui Sigma potrebbe presentare in settembre, in occasione del proprio sessantacinquesimo anniversario, un 65mm autofocus più luminoso di f/1.2, probabilmente f/1. La prendiamo per ciò che è: un rumor, senza caratteristiche definitive, prezzo, peso e persino denominazione ufficiale. Potrebbe essere inesatto o non concretizzarsi affatto.

Ma l’idea è già più interessante di molti obiettivi realmente esistenti.

Un 65mm f/1 non sarebbe soltanto un normale ancora più luminoso. Sarebbe una focale abbastanza vicina al 50mm da conservare il rapporto con l’ambiente e abbastanza lunga da cominciare a trattare il soggetto come un ritratto. Consentirebbe di isolare senza allontanarsi troppo, di descrivere uno spazio mantenendo un centro umano e di ottenere una profondità di campo ridottissima senza assumere il punto di vista più prevedibile dell’85mm.

Potrebbe essere enorme, costoso e persino poco pratico. Probabilmente lo sarà. Ma direbbe al fotografo: proviamo a guardare da qui.

Se Sigma presenterà realmente questo obiettivo, qualcuno osserverà che 65mm è soltanto una trovata escogitata per celebrare i 65 anni dell’azienda. Può darsi. Ma persino una trovata celebrativa sarebbe più coraggiosa dell’ennesima variazione intorno al 50mm. Almeno avrebbe prodotto uno strumento nuovo anziché una targhetta commemorativa applicata a un oggetto già esistente.

Non rivogliamo indietro il catalogo F

La soluzione non consiste nel riprodurre in versione Z tutti gli obiettivi che Nikon ha costruito negli ultimi sessant’anni. Non occorre trasformare la nostalgia in un piano industriale. Alcune focali hanno perso la propria funzione, altre sono state assorbite dagli zoom moderni, altre ancora non troverebbero abbastanza acquirenti da giustificare un progetto completamente nuovo.

Non chiediamo nemmeno che Nikon insegua Sigma sul terreno dell’apertura massima, presentando un 64mm f/0.95 autofocus soltanto per poter sostenere di aver fatto qualcosa di più estremo. L’originalità ridotta a un numero scritto più grande sulla scatola diventa presto un’altra forma di conformismo.

Chiediamo che Nikon utilizzi l’innesto Z per qualcosa di più ambizioso della produzione di obiettivi impeccabili.

Quando fu presentato, il grande diametro dell’innesto venne raccontato come la liberazione degli ingegneri ottici dai vincoli del passato. Otto anni dopo, viene il sospetto che siano stati liberati dal bocchettone ma consegnati direttamente all’ufficio contabilità.

Abbiamo visto che cosa possono fare. Il Noct lo dimostra. Il 50mm f/1.2, l’85mm f/1.2, il Plena, il 400mm f/2.8 TC e i teleobiettivi PF confermano che le competenze non mancano. Quello che non vediamo abbastanza spesso è la volontà di impiegarle per creare uno strumento inatteso ma fotograficamente sensato.

Un nuovo zoom Micro sarebbe più interessante del quarto zoom tuttofare. Un moderno decentrabile, capace di dialogare elettronicamente con la fotocamera, allargherebbe davvero le possibilità del sistema. Un 180mm luminoso e relativamente compatto offrirebbe qualcosa che nessun 70-200mm può sostituire completamente. Un 105mm da ritratto restituirebbe continuità a una delle tradizioni più autentiche di Nikon.

E magari la risposta giusta non è nessuna di queste. Magari gli ingegneri Nikon hanno nei cassetti un progetto al quale noi non abbiamo ancora pensato. Sarebbe perfetto: dovrebbero essere loro a sorprenderci, non noi a compilare la lista della spesa al loro posto.

L’obiettivo che vende poco ma fa vendere tutto il resto

Un direttore finanziario potrebbe obiettare che un 105mm da ritratto, un nuovo zoom Micro o un 65mm f/1 non raggiungerebbero mai i volumi di un 24-70mm, di un 50mm f/1.8 o di uno zoom economico da kit. Avrebbe probabilmente ragione, se il conto si limitasse al numero di esemplari venduti da quel singolo obiettivo. Ma un sistema fotografico non si vende sommando il margine industriale prodotto da ciascuna casella del catalogo.

Esistono obiettivi che devono vendere ed esistono obiettivi che devono far vendere.

Il fotografo può entrare in un sistema per possedere un prodotto che non ha nessun altro e poi acquistare, insieme a quello, la fotocamera, lo zoom normale, il grandangolare, il teleobiettivo, una seconda macchina e tutto ciò che gli servirà negli anni successivi. L’obiettivo eccezionale vende forse poche migliaia di pezzi, ma attribuisce un’identità all’intera gamma. È il prodotto che compare sulle copertine, alimenta le discussioni, porta i professionisti a provarlo e convince anche chi non potrà mai permetterselo che quello sia il sistema nel quale accadono le cose interessanti.

Nessuno si aspetta che una casa automobilistica venda una supercar negli stessi numeri dell’utilitaria. Eppure nessun costruttore abbastanza intelligente valuta la supercar soltanto dividendo i costi di sviluppo per il numero degli esemplari immatricolati. Quell’automobile vende anche tutte le altre. Trasferisce prestigio, desiderio e tecnologia sul resto della gamma. Persino chi acquista il modello più comune vuole sentirsi parte della stessa storia.

Nikon questo meccanismo dovrebbe conoscerlo bene. Per decenni il fotografo vedeva un 300/2.8, un 400/2.8, un 58mm Noct, un 105mm DC oppure un 200mm Micro e finiva per acquistare una Nikon con il 50mm. Non comprava necessariamente l’oggetto che aveva prodotto il desiderio, ma comprava il sistema che lo rendeva possibile. Il grande Nikkor non doveva trovarsi in tutte le borse: doveva trovarsi nell’immaginario di tutti.

Oggi i numeri non descrivono un tracollo dell’attività fotografica Nikon, ma certamente nemmeno una conquista del mercato. Nel primo trimestre dell’esercizio che terminerà nel marzo 2027, il fatturato della divisione Imaging è sceso da 80 a 72,9 miliardi di yen, l’utile operativo da 11,1 a 8,1 miliardi e le vendite da 270.000 a 210.000 fotocamere e da 370.000 a 310.000 obiettivi. Nikon ha inoltre ridotto la previsione annuale da 900.000 a 850.000 fotocamere e da 1,3 a 1,25 milioni di obiettivi. Non è una sentenza sul futuro dell’azienda, ma non è nemmeno il risultato di una marca che sta trascinando il mercato nella propria direzione. Sono i dati pubblicati dalla stessa Nikon il 6 agosto 2026.

Ridurre gli investimenti nei prodotti meno prevedibili può proteggere il conto economico del prossimo trimestre. Può anche rendere il sistema progressivamente meno desiderabile, lasciando agli altri il compito di produrre gli oggetti che fanno parlare, sognare e, alla fine, cambiare corredo. Il rischio è risparmiare sul prodotto che avrebbe venduto poco e perdere le vendite di tutti quelli che avrebbe portato con sé.

Basterà il 120-300mm f/2.8 TC?

Il Nikkor Z 120-300mm f/2.8 TC VR S, il cui sviluppo è stato annunciato ufficialmente da Nikon, sarà quasi certamente un obiettivo straordinario. Con il moltiplicatore 1,4x incorporato offrirà in pochi secondi un 120-300mm f/2.8 e un 168-420mm f/4, diventando uno strumento formidabile per sport, spettacolo, grandi eventi e alcune forme di fotografia naturalistica. Potrebbe stabilire un nuovo riferimento professionale e aggiungere prestigio alla gamma Z.

Ma difficilmente basterà.

Il 120-300mm TC parla a un gruppo ristretto di professionisti che sa già perché gli serve, dispone probabilmente di più corpi Nikon e valuterà l’acquisto in termini di operatività, affidabilità e ritorno economico. Non apre un nuovo territorio fotografico: perfeziona, con mezzi eccezionali, un territorio che Nikon presidia da decenni. È un magnifico motivo per restare in Nikon, molto meno probabilmente un motivo per entrarci.

Inoltre rischia di sostituire nel catalogo proprio il 180-400mm f/4 TC, spostando l’escursione verso focali più corte e offrendo uno stop in più, ma senza rappresentare quella sorpresa concettuale di cui stiamo parlando. Sarà un prodotto bandiera, certamente; tuttavia una bandiera visibile quasi esclusivamente dentro gli stadi e lungo i bordi delle piste.

Per trascinare davvero il sistema servirebbe anche un obiettivo aspirazionale ma non irraggiungibile, insolito ma utilizzabile, capace di interessare migliaia di fotografi pur essendo acquistato soltanto da una parte di loro. Il 105mm f/1.4E svolgeva questa funzione. Lo stesso fecero, in modi diversi, il 58mm f/1.4G, il 105mm DC e il 180mm f/2.8. Non costavano come un’automobile e non richiedevano un accredito olimpico per trovare qualcosa da fotografare.

Il 120-300mm f/2.8 TC dimostrerà ancora una volta che Nikon sa costruire il migliore obiettivo possibile per un impiego già noto. Quello che aspettiamo è l’obiettivo capace di creare il desiderio di un impiego nuovo.

Perché conservare i clienti professionali è indispensabile. Ma non è la stessa cosa che conquistare fotografi. E una marca che pensa soltanto a non perdere chi possiede già rischia di accorgersi troppo tardi che, nel frattempo, non sta facendo innamorare più nessuno.

La perfezione non basta più

Non abbiamo alcuna intenzione di sostenere che la gamma Nikkor Z sia deludente. Sarebbe falso. È probabilmente la migliore gamma ottica che Nikon abbia mai prodotto e, considerando il sistema nel suo complesso, una delle migliori disponibili oggi.

Ma la qualità non può essere l’alibi con cui si giustifica la prudenza.

Un obiettivo può essere straordinariamente nitido e completamente prevedibile. Può vincere ogni confronto tecnico e non lasciare alcuna traccia nella storia della fotografia. Può correggere tutte le aberrazioni e non avere nulla da dire. Al contrario, alcuni obiettivi imperfetti hanno attraversato decenni perché offrivano ai fotografi un punto di vista, non soltanto una prestazione.

Nikon sembra oggi interessata soprattutto a costruire obiettivi che nessuno possa criticare. Ci piacerebbe che tornasse, almeno qualche volta, a costruirne uno che nessuno avrebbe saputo chiedere.

Sigma, intanto, presenta 135mm f/1.4, 200mm f/2 e forse sta preparando un 65mm f/1. Non sappiamo se siano prodotti indispensabili e non è detto che siano successi commerciali. Ma mostrano un’azienda disposta a correre il rischio di apparire esagerata.

Nikon quel rischio lo correva prima che Sigma diventasse Sigma.

Oggi a Nikon non mancano obiettivi, né vetri speciali, né brevetti, né progettisti capaci di imprese eccezionali. Non le manca nemmeno l’innesto adatto, perché il bocchettone Z era stato presentato proprio come l’inizio di una nuova libertà ottica.

Le manca soltanto, ogni tanto, il coraggio di comportarsi come se ci credesse davvero.

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Recommended Comments

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano
  • Nikonlander Veterano

Sì concordo, sembra che qualcuno tenga la mordacchia ai progettisti, impedisca di uscire e proporre. Trovo incredibile che in un momento in cui Sony, Canon , Sigma e anche Fuji, pur senza “inondare “ di novità il mercato, sganciano qualche proposta gustosa e accattivante, Nikon stia immobile come le mummie egizie.

Sono anni che chiediamo soluzioni alternative ai perfettini bidoni dell’umido che ci stanno imponendo di montare sulle ns Z.

Ci sono dei cinesini fatti bene e pure economici oltre che adattatori corsari di vario genere.

Sai che ti dico? Ma vadano a ca…re.

  • Administrator

Senza dubbi.

Anche perché, magazzino componenti a parte, nel 2026 Nikon sinora ci ha proposto solo (e siamo verso fine agosto) :

  • uno zoom consumer che nessuno desiderava (il 24-105/4.7.1)

  • il sostituto - abbastanza superfluo - di uno dei migliori zoom mai presentati da Nikon (il 70-200/2.8 VR II S)

  • e l'anteprima di uno zoom, importante solo per i reporter sportivi che però sono già abbastanza serviti e che forse, per quanto sono pagati oggi, non si potranno permettere di comperarlo (quando uscirà, col contagocce : il Nikkor Z 120-300/2.8 TC S costerà tipo 8-10.000 euro).

un paio di fissi compatti ci stavano e non sarebbero andati in bancarotta nel frattime !

Anzi, nel frattime, siccome stanno prendendo anche scoppole legali da Viltrox, la loro staticità non fa altro che tirare la volata a tutti li cinesi !

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